Skip to content

Mi manca chiunque

agosto 4, 2016

Legame (ant. ligame) s. m. [dal lat. ligamen, der. di ligare “legare”]. – 1. In senso concr., non com., qualsiasi cosa con cui si lega o che tiene legato. In meccanica, sinon. poco usato di vincolo. Nel linguaggio marin., l’insieme di tutto ciò che tiene connesso lo scafo. 2. a. Più frequente in senso fig., vincolo morale o sentimentale. b. Con altro uso fig., unione tra più cose concatenate, nesso logico e sim. 3. In chimica, l. chimico, l’insieme delle forze che si stabiliscono tra atomi o gruppi di atomi. 4. In psicologia, teoria del doppio l., elaborata dallo psicologo statunitense G. Bateson (1904-1980) per spiegare patologie del comportamento in un soggetto che abbia ricevuto ripetuti messaggi contrastanti da persona a cui sia fortemente legato da un vincolo di dipendenza affettiva e che si sia quindi trovato a fronteggiare dilemmi psicologici non risolubili.

___

playa_pilar_35_nuvoloni_gabbianoOgni anno, immancabile, arriva.
Arriva, il momento della stanchezza, quello in cui una parte di te vorrebbe dormire e leggere di più e meglio, senza lo sclero dei continui orari da rispettare. Vivere una quotidianità più normale, con più mondo, persone, svago e con (molta) meno luce al neon. Con amici, più amici: quelli che vedi troppo poco e quelli che vorresti vedere almeno ogni tanto, quelli che hai e quelli che vorresti.
I rapporti: quando potevi, faticavi a coltivarli per limiti tuoi personali, ora che vorresti coltivarli – pur coi tuoi inevitabili limiti che non se ne andranno mai – fatichi perché ti senti mancare il tempo “mentale” (ma pure materiale) per farlo.
Quel momento, quest’anno, eccezionalmente arriva prima e la verità è che fatichi ancora un po’ a capacitartene.

Perché alla fine il senso di tutto sta sempre in qualcosa che hai scritto ormai quasi due anni fa: “Gran voglia di porte aperte, bel mare, pelle un po’ bruciacchiata dal sole, letture, parole, chiacchiere e confidenze, di fancazzismo, di bevute in compagnia e risate. Mancano tanto, le sane risate. Un po’ come il gran bel mare, chiacchiere e confidenze, la pelle bruciacchiata dal sole e irritata dalla salsedine. Sembra poco. Ma anche quel poco, spesso e volentieri, non c’è”.

Il punto è che, da ormai quattro anni a questa parte, per un motivo o per l’altro decidi di fare – o almeno avvicinarti a – tutto questo con un branco di sconosciute e sconosciuti.
Va benissimo. In fondo lo sai già: a breve ti elettrizzerai, farai il possibile perché tutto funzioni al meglio, magari sentirai un’alchimia pressoché perfetta come nel 2013 a Cuba e, di sicuro, ti riempirai gli occhi di colori, sguardi, visi, così lontani eppure in quei giorni così vicini, che ti mancheranno per chissà quanto al rientro.
Tornerai con un bagaglio mentale pienissimo e con la voglia di mantenere i contatti con certe persone, fino a scontrarti con la tua quotidianità, che spesso un po’ te lo impedisce e ti frustra.
Ti resterà la voglia di ripartire il prima possibile e di poter rifare incetta di vita, quella bella, quella che ti piace.

Eppure.
Eppure ogni anno, immancabile, si fa sentire dentro di te quella vocina che vorrebbe vivere tutto questo con amiche e amici che vedi troppo poco e che vorresti vedere almeno ogni tanto. Conoscenza e confidenza non sono in assoluto qualcosa di positivo, non sempre almeno, ma, proprio quando senti di non averle come vorresti, ti mancano.

Ecco perché, anche se con David Foster Wallace hai un bel conto in sospeso, non puoi che pensare che ti manca chiunque.

Life sucks – Il “mio” G8 a Genova 15 anni dopo

luglio 19, 2016

Rabbia s. f. [gr. λύσσα; lat. rabies, che si connette a una radice a cui fa capo anche il sscr. rabh-ate agire violentemente, infuriare, ràbhas impeto] 1. a. Malattia infettiva, detta anche, ma inesattamente, idrofobia; b. In patologia animale, falsa r., le esplosioni di collera immotivate che si osservano in animali sottoposti a interventi chirurgici sul cervello. 2. fig. a. Irritazione violenta prodotta dal senso della propria impotenza o da un’improvvisa delusione o contrarietà, e che esplode in azioni e in parole incontrollate e scomposte; b. In senso attenuato può significare impazienza stizzosa e seccata, disappunto vivo e dispettoso per essere costretto a fare ciò che non si vuole o per non aver ottenuto ciò che si voleva.

___

IMAG1645_1_1

Copertina di Diario del 21 luglio 2006

“Nel 2001, c’ero. Posso dirlo e ne sono fiera”.
Comincia così una nota che ho scritto su facebook il 12 ottobre 2012: mi riferivo al G8 di Genova, anche se non c’era nessun collegamento temporale, “solo” un articolo sulla Tobin tax dal punto di vista fiscale che dovevo scrivere e mi aveva fatto riaffiorare certi ricordi, perché in quei giorni, a Genova, si parlava eccome, di Tobin tax. All’epoca, lo ammetto, non ero così consapevole dell’importanza di certe idee.

Ricordo che, 15 anni fa a quest’ora, sicuramente dormivo, perché la mattina dopo sarei partita: dopo l’ultimo esame della sessione estiva (peccato aver perso il concerto di Manu Chao!), maglietta di almeno due taglie più grande, scarpe da ginnastica comode, zaino in spalla, con un’amica (L’amica, quella con cui ho condiviso le cose più importanti della mia vita negli ultimi 15 anni e più) e un amico di un’amica comune, alla volta di Genova, ospite con altri di una ragazza che ho conosciuto solo una volta lì.

Ricordo il clima di festa, quel giorno, durante la manifestazione per i migranti, il tempo condiviso con persone che avevano seguito tutti gli incontri della settimana e che ci credevano.
Ricordo tante persone pacifiche la mattina del giorno dopo, quando erano in programma le manifestazioni per gruppi – noi non facevamo parte di nessun gruppo e gironzolavamo un po’ come ci capitava: in un momento di calma, ci siamo avvicinati anche ad alcuni agenti per chiedere perché fossero lì, per sentirci rispondere che erano stati cooptati e non potevano rifiutarsi di andare – e come tutto da un momento all’altro sia cambiato: i lacrimogeni alle spalle senza motivo, i black bloc che andavano dove volevano e facevano ciò che volevano, la notizia di cosa stava succedendo in piazza Alimonda, la conferma di quanto era successo.

Un morto. Il primo morto, da quando, nel 99, a Seattle, si sono create le basi per l’eterogeneo movimento definito “no global”. L’unico, morto (a meno che non me sia persi altri).

Ricordo di aver lasciato, quella sera, in piazza Italia, la forchetta e il coltello che portavo sempre banalmente con me – sai com’è, possono sempre tornare utili per mangiare quando sei in giro – e che, dopo, pur dormendo tutti nella stessa casa, siamo tornati a gruppi di due-tre-non di più per evitare “rappresaglie”.

Ricordo la manifestazione generale del giorno dopo, gli infiltrati, il corteo che comunque è arrivato alla fine. Ricordo la mia sana incoscienza e pure un po’ quella dei miei: a un certo punto mi chiama mia mamma “Tutto bene? Perché qui in tv stiamo vedendo un sacco di fumo…”, “Sì, mamma, tutto bene, anche io lo sto vedendo, ma siamo più indietro, non preoccupatevi!”.

Ricordo la mattina dopo, alla scuola Diaz, prima di rientrare a casa, per vedere cos’era successo e constatare che il sangue era tutto fuorché rappreso.

Ricordo le discussioni al ritorno con chi mi diceva che non sarei dovuta andare, ma non coi miei: non so se sia stata inconsapevolezza di tutto ciò che è accaduto, come a Bolzaneto, o il sollievo perché non mi era capitato nulla, ma non mi hanno mai rinfacciato di essere stata lì in quei giorni e ancora li ringrazio per questo.

Ricordo tutto ciò che ho scoperto dopo, grazie a video e letture. La consapevolezza – e, con sé, la rabbia – col tempo sono cresciute. Le troppe persone che hanno sofferto ingiustamente, i troppi ingiustamente impuniti.
A cinque anni dal G8, il numero del 21 luglio 2006 di Diario, che ancora custodisco e credo rileggerò come tutti gli anni, s’intitolava Genova, La verità: c’era anche Enzo Baldoni, in quei giorni, “In scooter, liberamente”. Ho capito tante altre cose, leggendo Diario.

Nel 2012 è uscito nelle sale Diaz – Don’t Clean Up This Blood di Daniele Vicari, che ha detto tanto, se non tutto, di quella notte e di quei giorni.
Se avessi vissuto quei giorni oggi, avrei reagito diversamente: avrei provato fin da subito più rabbia, probabilmente avrei litigato di brutto con chi al mio ritorno mi diceva che là c’erano solo violenti e che non ci sarei dovuta andare. Si dice che, col passare degli anni, ci si “ammorbidisca”. Non è detto. Io per certi versi mi sono indurita, le mie posizioni sono più nette e meno negoziabili, rispetto a 15 anni fa.
Se non avessi vissuto quei giorni, però, non sarei quella che sono ora. Per me, in fondo, si è trattato di uno spartiacque, anche se so ancora oggi di dover ringraziare per non essermi trovata nel posto sbagliato nel momento sbagliato, quando sarebbe stato un attimo.

Rispetto al 2012, di cose ne sono successe e tutto sommato sono state e sono brutte, a livello nazionale e internazionale. Il capitalismo di fatto è fallito, ma noi occidentali, arroganti e convinti di poter dettare legge al mondo, abbiamo comunque fatto in modo che un sistema morente continuasse a vivere. Credo che si potesse evitare, non lo si è voluto fare e ne stiamo raccogliendo i frutti (marci). Lo dimostrano anche certi commenti e certe prese di posizione: figuriamoci in questi giorni, su Carlo Giuliani.

Ricollegandomi alla mia nota del 2012, non posso che ri-sottoscriverlo: life sucks. Una parte di me, però non può non pensare a un passo di Demasiado corazon di Pino Cacucci:
– Ecco, la prova di quello che già sapevamo – disse Toribio battendo il dito sull’articolo. – Non cambierà mai niente, in questo disgraziato paese (il Messico, ndr).
– Può darsi – lo apostrofò Miguel Angel. – Ma non è un buon motivo per smettere di provarci.

Mi sento molto stanca, ma nel romanzo Miguel Angel è un caporedattore di un quotidiano nazionale coraggioso e la giornalista (mancata) che è in me non può non annuire.

Leggi tutto…

Diritti delle lavoratrici e dei lavoratori prima di tutto

giugno 18, 2016

Allibire (ant. e pop. allibbire) v. intr. [lat. *allivēre, der. di livēre “esser livido”]  – Impallidire per paura, restare sbigottito.

cropped-macchina_scrivere1Poniamo il caso che tu (io, noi, voi, loro) sia iscritta/o al sindacato (l’unico) di una certa categoria e che, in un giorno qualunque, riceva via mail questo comunicato:
“La Federazione nazionale V, l’Associazione W, l’Associazione X e l’Associazione Y chiedono l’immediata apertura di un tavolo di confronto e fanno appello alla Presidenza del Consiglio dei Ministri affinché vigili su quanto accade all’interno dell’agenzia Z, beneficiaria di una convenzione con il governo, per evitare il perdurare di situazioni di concorrenza sleale. Si è infatti creata una situazione di palese violazione delle regole contrattuali che l’azienda ha cercato di sanare con un’inaccettabile intesa sindacale aziendale. C’è motivo di ritenere che tale accordo non sia scaturito da una libera contrattazione tra azienda e Comitato di redazione, ma da un ricatto messo in atto nei confronti dei lavoratori. Sono state peggiorate le condizioni dei giornalisti senza che ce ne fossero i presupposti, considerato che l’azienda è stata protagonista di recenti acquisizioni e anche nei documenti ufficiali parla di una situazione economica florida. Ancora più grave è il fatto che i lavoratori che si sono rifiutati di sottoscrivere l’accordo sono stati vittime di comportamenti professionalmente discriminatori. V e W, X, Y promuoveranno tutte le azioni a tutela dei giornalisti di Z” (comunicato originale qui).

Eh? Ti suona strano, non capisci.

Il giorno dopo, arriva la replica dell’agenzia chiamata in causa, a tre livelli: dal CdR (quello con cui il sindacato dovrebbe comunicare e interfacciarsi, mentre non sarebbe stato informato, il comunicato qui); dal direttore, che, stupito, parla di accuse senza fondamento (comunicato qui); dall’editore, che, giudicando l’iniziativa sindacale “molto grave, sia perché è totalmente infondata, sia perché” il comunicato “è stato emanato senza alcuna preventiva informazione e condivisione dello stesso con il direttore e con il comitato di redazione. Dato quest’ultimo che, prima di ogni altro, dimostra che l’iniziativa non è stata motivata, come invece vorrebbe farsi apparire, da esigenze di tutela dei giornalisti della nostra agenzia, ma da tutt’altre e non meglio chiarite finalità”, ricostruisce una determinata dinamica, espone il proprio punto di vista e chiude sottolineando che, “Vista la palese falsità delle notizie diffuse con il comunicato sindacale”, “gli autori si assumeranno in tutte le sedi competenti le loro responsabilità” (comunicato intero qui).

Mettiamo che continuino a mancarti elementi per capire e valutare, che un editore non possa che tirare acqua al suo mulino. Ci sono aspetti che nel suo comunicato non ti tornano, ma ci sta, in fondo è un editore.

Ecco, però, la controreplica sindacale, che hai ricevuto di nuovo via mail:
“Se con l’annuncio di iniziative giudiziarie l’editore dell’agenzia Z pensa di intimidire o mettere paura al sindacato dei giornalisti si sbaglia e avrà modo di accorgersene presto. L’annunciata querela per diffamazione ci darà infatti l’opportunità di dimostrare in un’aula di giustizia la fondatezza dei rilievi mossi nei confronti di un editore che, come si evince dai toni e dal contenuto, a tratti esilaranti, del comunicato diffuso, ha una concezione dell’impresa editoriale degna di quella di un padrone delle ferriere. È inequivocabile, oltre che facilmente dimostrabile, quanto sostenuto dal sindacato, ossia che l’editore di Z ha costretto i propri giornalisti ad accettare trattamenti peggiorativi rispetto a quelli riconosciuti dal contratto nazionale di lavoro. È dovere del sindacato denunciare questa situazione e chiedere l’intervento delle istituzioni pubbliche, considerato che l’editore in questione usufruisce dei benefici di una convenzione con il governo. L’editore, che ha sempre rifiutato il confronto con il sindacato, sarà chiamato a rispondere del proprio atteggiamento nelle competenti sedi giudiziarie, nelle quali sarà denunciato per comportamento antisindacale” (comunicato originale qui).

Mettiamo che continui a capirci poco, che ancora non trovi gli elementi per valutare la situazione nel suo insieme.
Qualcosa però ti pare di averla capita: l’ultima replica sindacale ha un che di “personale” che cozza con il suo ruolo. Parla di toni e contenuto dei rilievi mossi dall’editore “a tratti esilaranti”, senza però spiegare cosa non va nello specifico. Cosa non funziona. Cosa non è palesemente vero (mentre qualcosa ti sa che c’è, a prescindere da ciò che è davvero successo). Paragona l’editore a un “padrone delle ferriere” senza argomentare. Alla minaccia delle aule di tribunale risponde con la stessa moneta, chiedendo l’intervento delle istituzioni pubbliche.
In tutto questo, ci sarebbe un piccolo dettaglio: una redazione, i cui diritti andrebbero tutelati. Un comunicato del CdR, ampiamente snobbato.

Ora passiamo dal “tu” impersonale all’io.
Io, che tutto sono tranne che aziendalista.
Io, che nonostante tutto credo ancora nel diritto al/del lavoro dignitoso e delle lavoratrici/dei lavoratori.
Io, che più e più volte mi son sentita dire di accettare pure situazioni impossibili e impugnabili, di chinare la testa e andare avanti, ché c’è crisi e bisogna accettare tutto, di questi tempi.
Io, che su questo caso specifico – si dovrebbe parlare, con lavoratrici e lavoratori, per provare a capire e agire – qualcosa in più so e a maggior ragione sono allibita. Anzi, proprio incazzata.

Ps ho volutamente usato lettere generiche al posto dei nomi delle parti in causa perché certe situazioni potrebbero capitare a prescindere dai nomi (forse sì o forse no, forse alla fine i nomi contano sempre). Comunque gli elementi per capire di chi si parla ci sono e si trovano facilmente.

Io voterò NO

maggio 28, 2016

Coerenza s.f., l’esser coerente [dal lat. cohaerensentis, part. pres. di cohaerere “essere strettamente unito”, composto di co– e haerere “essere attaccato”] – Unito tenacemente con altra cosa e con altre parti simili; fig. chi non disdice o contraddice, né con fatti, né con parole, ciò che prima ha affermato o pensato.

___
costituzioneIo voterò NO.
– Perché?
– Intanto, perché questa Costituzione merita di essere osservata e letta bene, prima di modificarla, non che sia immodificabile, ma soprattutto nel processo che si fa per modificarla bisogna stare molto attenti alle procedure […].

– Primo addebito: lei voterà come i fascisti, come Casapound.
– No. Semmai sono loro che voteranno come me, perché io voto per mantenere vivace e viva una Costituzione antifascista. Si mettano d’accordo loro su cosa sono.

– Seconda critica, la frase incriminata di Boschi. Lei si è offesa quando ha detto “I partigiani veri voteranno sì”?
– Beh, devo dire di no, perché io sono una vecchissima profe, anzi una vecchiaccia di profe, e ho sempre considerato purtroppo il registro un’arma impropria, non mi piaceva usarla e l’avrei guardata e le avrei detto: “Ragazza, ripassa un po’ di storia, perché, mi pare che…”.

 

Parole di Lidia Menapace, staffetta partigiana, combattente, 92 anni.
Impara, ministra, impara (lo so, impresa difficile, se non impossibile. Altro che ripasso di storia).

Il video dell’intervista a Lidia Menapace, a Di martedì del 24 maggio, qui.

Coincidenze o forse no

maggio 24, 2016

Caso s.m. (dal lat. casusus, propr. “caduta”, der. di cadĕre “cadere”; nel significato in linguistica, il latino casus è un calco del greco πτῶσις, che significava anche propr. “caduta”) – avvenimento fortuito, accidentale e imprevisto; per estensione, causa irrazionale a cui si suole attribuire ciò che avviene indipendentemente dalla nostra volontà e, in genere, da un disegno o fine predeterminato (in questo senso, è contrapposto a necessità); più genericamente: fatto, evento; vicenda triste; circostanza, congiuntura, occasione; modo specifico con cui un fatto generico si presenta (c. imbrogliato, complicato, semplice, serio, difficile, disperato; c. clinico; caso limite (pl. casi limite), quello che, in una serie possibile di eventi o di situazioni, si considera come possibilità o modalità estrema; in varie locuzioni, acquista il senso di possibilità, probabilità: es. i c. sono due: o accetta o rifiuta; locuzioni particolari a caso, sbadatamente, inconsideratamente, o tirando a indovinare; in linguistica, categoria grammaticale che concerne sia ciascuna delle forme che il nome (sostantivo, aggettivo o pronome) assume per esprimere un determinato rapporto sintattico, sia il rapporto sintattico stesso.

___

ottavio_padre“Non so quanto sarà difficile la mia vita” si legge nell’intervista “ma i miei genitori non l’hanno facilitata. Mia madre, poverina, me l’ha complicata morendo, lasciandomi solo con un padre che da sempre pretende di scegliere la carriera che dovrei seguire. Perciò il giorno in cui mi daranno la laurea, semmai me la daranno, sarà per me un giorno di lutto pari quasi al lutto per la scomparsa di mia madre”. In queste parole, modellate su una dichiarazione di Gadda, Tondi condensa il risentimento da cui scaturisce la madornale leggerezza che segnerà il suo destino.
Il padre di Tondi si chiamava anche lui Ottavio ed era uomo di tutt’altra pasta, era cioè uomo pratico e cinico, per nulla incline alla lettura, anzi irremovibilmente contrario alle fantasticherie, alle evasioni dalla realtà e, più in generale, a qualsiasi forma di idealismo che la lettura incoraggia. Attributi come “poetico” e “romanzesco” erano per lui sinonimo di effeminata inconcludenza, e se poco tollerava che la moglie fosse vorace lettrice, quando vide che il figlio aveva preso più da lei che da lui, l’insofferenza degenerò in una malattia, in odio feroce per l’inutile universo della letteratura, flagello dell’umanità produttrice. […] L’Ottavio padre era un commercialista e, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto esserlo anche l’Ottavio figlio. Da anni e generazioni (la fondazione dell’attività si perdeva nella notte degli Ottavio) lo studio Tondi si adoperava affinché la ridistribuzione delle ricchezze imposta dallo Stato non recasse troppi danni ai suoi assistiti, tutte persone abbienti e ben collocate in quel demi-monde imprenditoriale dove qualunque distinzione tra politica e malaffare era ignota e ignorata. Che il perseguimento di una tradizione di famiglia tanto meritoria e remunerativa fosse messa a repentaglio per via di una sciocca vocazione onanistica quale quella letteraria era, per Ottavio padre, inconcepibile.

Tommaso Pincio, Panorama, 2015, NN editore, pagg. 59-61

 

A volte ti vien da pensare che, alla fin fine, le coincidenze non esistano.
O forse, semplicemente, certe pagine ti trovi a leggerle quando ne hai bisogno.