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Life sucks – Il “mio” G8 a Genova 15 anni dopo

luglio 19, 2016

Rabbia s. f. [gr. λύσσα; lat. rabies, che si connette a una radice a cui fa capo anche il sscr. rabh-ate agire violentemente, infuriare, ràbhas impeto] 1. a. Malattia infettiva, detta anche, ma inesattamente, idrofobia; b. In patologia animale, falsa r., le esplosioni di collera immotivate che si osservano in animali sottoposti a interventi chirurgici sul cervello. 2. fig. a. Irritazione violenta prodotta dal senso della propria impotenza o da un’improvvisa delusione o contrarietà, e che esplode in azioni e in parole incontrollate e scomposte; b. In senso attenuato può significare impazienza stizzosa e seccata, disappunto vivo e dispettoso per essere costretto a fare ciò che non si vuole o per non aver ottenuto ciò che si voleva.

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Copertina di Diario del 21 luglio 2006

“Nel 2001, c’ero. Posso dirlo e ne sono fiera”.
Comincia così una nota che ho scritto su facebook il 12 ottobre 2012: mi riferivo al G8 di Genova, anche se non c’era nessun collegamento temporale, “solo” un articolo sulla Tobin tax dal punto di vista fiscale che dovevo scrivere e mi aveva fatto riaffiorare certi ricordi, perché in quei giorni, a Genova, si parlava eccome, di Tobin tax. All’epoca, lo ammetto, non ero così consapevole dell’importanza di certe idee.

Ricordo che, 15 anni fa a quest’ora, sicuramente dormivo, perché la mattina dopo sarei partita: dopo l’ultimo esame della sessione estiva (peccato aver perso il concerto di Manu Chao!), maglietta di almeno due taglie più grande, scarpe da ginnastica comode, zaino in spalla, con un’amica (L’amica, quella con cui ho condiviso le cose più importanti della mia vita negli ultimi 15 anni e più) e un amico di un’amica comune, alla volta di Genova, ospite con altri di una ragazza che ho conosciuto solo una volta lì.

Ricordo il clima di festa, quel giorno, durante la manifestazione per i migranti, il tempo condiviso con persone che avevano seguito tutti gli incontri della settimana e che ci credevano.
Ricordo tante persone pacifiche la mattina del giorno dopo, quando erano in programma le manifestazioni per gruppi – noi non facevamo parte di nessun gruppo e gironzolavamo un po’ come ci capitava: in un momento di calma, ci siamo avvicinati anche ad alcuni agenti per chiedere perché fossero lì, per sentirci rispondere che erano stati cooptati e non potevano rifiutarsi di andare – e come tutto da un momento all’altro sia cambiato: i lacrimogeni alle spalle senza motivo, i black bloc che andavano dove volevano e facevano ciò che volevano, la notizia di cosa stava succedendo in piazza Alimonda, la conferma di quanto era successo.

Un morto. Il primo morto, da quando, nel 99, a Seattle, si sono create le basi per l’eterogeneo movimento definito “no global”. L’unico, morto (a meno che non me sia persi altri).

Ricordo di aver lasciato, quella sera, in piazza Italia, la forchetta e il coltello che portavo sempre banalmente con me – sai com’è, possono sempre tornare utili per mangiare quando sei in giro – e che, dopo, pur dormendo tutti nella stessa casa, siamo tornati a gruppi di due-tre-non di più per evitare “rappresaglie”.

Ricordo la manifestazione generale del giorno dopo, gli infiltrati, il corteo che comunque è arrivato alla fine. Ricordo la mia sana incoscienza e pure un po’ quella dei miei: a un certo punto mi chiama mia mamma “Tutto bene? Perché qui in tv stiamo vedendo un sacco di fumo…”, “Sì, mamma, tutto bene, anche io lo sto vedendo, ma siamo più indietro, non preoccupatevi!”.

Ricordo la mattina dopo, alla scuola Diaz, prima di rientrare a casa, per vedere cos’era successo e constatare che il sangue era tutto fuorché rappreso.

Ricordo le discussioni al ritorno con chi mi diceva che non sarei dovuta andare, ma non coi miei: non so se sia stata inconsapevolezza di tutto ciò che è accaduto, come a Bolzaneto, o il sollievo perché non mi era capitato nulla, ma non mi hanno mai rinfacciato di essere stata lì in quei giorni e ancora li ringrazio per questo.

Ricordo tutto ciò che ho scoperto dopo, grazie a video e letture. La consapevolezza – e, con sé, la rabbia – col tempo sono cresciute. Le troppe persone che hanno sofferto ingiustamente, i troppi ingiustamente impuniti.
A cinque anni dal G8, il numero del 21 luglio 2006 di Diario, che ancora custodisco e credo rileggerò come tutti gli anni, s’intitolava Genova, La verità: c’era anche Enzo Baldoni, in quei giorni, “In scooter, liberamente”. Ho capito tante altre cose, leggendo Diario.

Nel 2012 è uscito nelle sale Diaz – Don’t Clean Up This Blood di Daniele Vicari, che ha detto tanto, se non tutto, di quella notte e di quei giorni.
Se avessi vissuto quei giorni oggi, avrei reagito diversamente: avrei provato fin da subito più rabbia, probabilmente avrei litigato di brutto con chi al mio ritorno mi diceva che là c’erano solo violenti e che non ci sarei dovuta andare. Si dice che, col passare degli anni, ci si “ammorbidisca”. Non è detto. Io per certi versi mi sono indurita, le mie posizioni sono più nette e meno negoziabili, rispetto a 15 anni fa.
Se non avessi vissuto quei giorni, però, non sarei quella che sono ora. Per me, in fondo, si è trattato di uno spartiacque, anche se so ancora oggi di dover ringraziare per non essermi trovata nel posto sbagliato nel momento sbagliato, quando sarebbe stato un attimo.

Rispetto al 2012, di cose ne sono successe e tutto sommato sono state e sono brutte, a livello nazionale e internazionale. Il capitalismo di fatto è fallito, ma noi occidentali, arroganti e convinti di poter dettare legge al mondo, abbiamo comunque fatto in modo che un sistema morente continuasse a vivere. Credo che si potesse evitare, non lo si è voluto fare e ne stiamo raccogliendo i frutti (marci). Lo dimostrano anche certi commenti e certe prese di posizione: figuriamoci in questi giorni, su Carlo Giuliani.

Ricollegandomi alla mia nota del 2012, non posso che ri-sottoscriverlo: life sucks. Una parte di me, però non può non pensare a un passo di Demasiado corazon di Pino Cacucci:
– Ecco, la prova di quello che già sapevamo – disse Toribio battendo il dito sull’articolo. – Non cambierà mai niente, in questo disgraziato paese (il Messico, ndr).
– Può darsi – lo apostrofò Miguel Angel. – Ma non è un buon motivo per smettere di provarci.

Mi sento molto stanca, ma nel romanzo Miguel Angel è un caporedattore di un quotidiano nazionale coraggioso e la giornalista (mancata) che è in me non può non annuire.

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Diritti delle lavoratrici e dei lavoratori prima di tutto

giugno 18, 2016

Allibire (ant. e pop. allibbire) v. intr. [lat. *allivēre, der. di livēre “esser livido”]  – Impallidire per paura, restare sbigottito.

cropped-macchina_scrivere1Poniamo il caso che tu (io, noi, voi, loro) sia iscritta/o al sindacato (l’unico) di una certa categoria e che, in un giorno qualunque, riceva via mail questo comunicato:
“La Federazione nazionale V, l’Associazione W, l’Associazione X e l’Associazione Y chiedono l’immediata apertura di un tavolo di confronto e fanno appello alla Presidenza del Consiglio dei Ministri affinché vigili su quanto accade all’interno dell’agenzia Z, beneficiaria di una convenzione con il governo, per evitare il perdurare di situazioni di concorrenza sleale. Si è infatti creata una situazione di palese violazione delle regole contrattuali che l’azienda ha cercato di sanare con un’inaccettabile intesa sindacale aziendale. C’è motivo di ritenere che tale accordo non sia scaturito da una libera contrattazione tra azienda e Comitato di redazione, ma da un ricatto messo in atto nei confronti dei lavoratori. Sono state peggiorate le condizioni dei giornalisti senza che ce ne fossero i presupposti, considerato che l’azienda è stata protagonista di recenti acquisizioni e anche nei documenti ufficiali parla di una situazione economica florida. Ancora più grave è il fatto che i lavoratori che si sono rifiutati di sottoscrivere l’accordo sono stati vittime di comportamenti professionalmente discriminatori. V e W, X, Y promuoveranno tutte le azioni a tutela dei giornalisti di Z” (comunicato originale qui).

Eh? Ti suona strano, non capisci.

Il giorno dopo, arriva la replica dell’agenzia chiamata in causa, a tre livelli: dal CdR (quello con cui il sindacato dovrebbe comunicare e interfacciarsi, mentre non sarebbe stato informato, il comunicato qui); dal direttore, che, stupito, parla di accuse senza fondamento (comunicato qui); dall’editore, che, giudicando l’iniziativa sindacale “molto grave, sia perché è totalmente infondata, sia perché” il comunicato “è stato emanato senza alcuna preventiva informazione e condivisione dello stesso con il direttore e con il comitato di redazione. Dato quest’ultimo che, prima di ogni altro, dimostra che l’iniziativa non è stata motivata, come invece vorrebbe farsi apparire, da esigenze di tutela dei giornalisti della nostra agenzia, ma da tutt’altre e non meglio chiarite finalità”, ricostruisce una determinata dinamica, espone il proprio punto di vista e chiude sottolineando che, “Vista la palese falsità delle notizie diffuse con il comunicato sindacale”, “gli autori si assumeranno in tutte le sedi competenti le loro responsabilità” (comunicato intero qui).

Mettiamo che continuino a mancarti elementi per capire e valutare, che un editore non possa che tirare acqua al suo mulino. Ci sono aspetti che nel suo comunicato non ti tornano, ma ci sta, in fondo è un editore.

Ecco, però, la controreplica sindacale, che hai ricevuto di nuovo via mail:
“Se con l’annuncio di iniziative giudiziarie l’editore dell’agenzia Z pensa di intimidire o mettere paura al sindacato dei giornalisti si sbaglia e avrà modo di accorgersene presto. L’annunciata querela per diffamazione ci darà infatti l’opportunità di dimostrare in un’aula di giustizia la fondatezza dei rilievi mossi nei confronti di un editore che, come si evince dai toni e dal contenuto, a tratti esilaranti, del comunicato diffuso, ha una concezione dell’impresa editoriale degna di quella di un padrone delle ferriere. È inequivocabile, oltre che facilmente dimostrabile, quanto sostenuto dal sindacato, ossia che l’editore di Z ha costretto i propri giornalisti ad accettare trattamenti peggiorativi rispetto a quelli riconosciuti dal contratto nazionale di lavoro. È dovere del sindacato denunciare questa situazione e chiedere l’intervento delle istituzioni pubbliche, considerato che l’editore in questione usufruisce dei benefici di una convenzione con il governo. L’editore, che ha sempre rifiutato il confronto con il sindacato, sarà chiamato a rispondere del proprio atteggiamento nelle competenti sedi giudiziarie, nelle quali sarà denunciato per comportamento antisindacale” (comunicato originale qui).

Mettiamo che continui a capirci poco, che ancora non trovi gli elementi per valutare la situazione nel suo insieme.
Qualcosa però ti pare di averla capita: l’ultima replica sindacale ha un che di “personale” che cozza con il suo ruolo. Parla di toni e contenuto dei rilievi mossi dall’editore “a tratti esilaranti”, senza però spiegare cosa non va nello specifico. Cosa non funziona. Cosa non è palesemente vero (mentre qualcosa ti sa che c’è, a prescindere da ciò che è davvero successo). Paragona l’editore a un “padrone delle ferriere” senza argomentare. Alla minaccia delle aule di tribunale risponde con la stessa moneta, chiedendo l’intervento delle istituzioni pubbliche.
In tutto questo, ci sarebbe un piccolo dettaglio: una redazione, i cui diritti andrebbero tutelati. Un comunicato del CdR, ampiamente snobbato.

Ora passiamo dal “tu” impersonale all’io.
Io, che tutto sono tranne che aziendalista.
Io, che nonostante tutto credo ancora nel diritto al/del lavoro dignitoso e delle lavoratrici/dei lavoratori.
Io, che più e più volte mi son sentita dire di accettare pure situazioni impossibili e impugnabili, di chinare la testa e andare avanti, ché c’è crisi e bisogna accettare tutto, di questi tempi.
Io, che su questo caso specifico – si dovrebbe parlare, con lavoratrici e lavoratori, per provare a capire e agire – qualcosa in più so e a maggior ragione sono allibita. Anzi, proprio incazzata.

Ps ho volutamente usato lettere generiche al posto dei nomi delle parti in causa perché certe situazioni potrebbero capitare a prescindere dai nomi (forse sì o forse no, forse alla fine i nomi contano sempre). Comunque gli elementi per capire di chi si parla ci sono e si trovano facilmente.

Io voterò NO

maggio 28, 2016

Coerenza s.f., l’esser coerente [dal lat. cohaerensentis, part. pres. di cohaerere “essere strettamente unito”, composto di co– e haerere “essere attaccato”] – Unito tenacemente con altra cosa e con altre parti simili; fig. chi non disdice o contraddice, né con fatti, né con parole, ciò che prima ha affermato o pensato.

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costituzioneIo voterò NO.
– Perché?
– Intanto, perché questa Costituzione merita di essere osservata e letta bene, prima di modificarla, non che sia immodificabile, ma soprattutto nel processo che si fa per modificarla bisogna stare molto attenti alle procedure […].

– Primo addebito: lei voterà come i fascisti, come Casapound.
– No. Semmai sono loro che voteranno come me, perché io voto per mantenere vivace e viva una Costituzione antifascista. Si mettano d’accordo loro su cosa sono.

– Seconda critica, la frase incriminata di Boschi. Lei si è offesa quando ha detto “I partigiani veri voteranno sì”?
– Beh, devo dire di no, perché io sono una vecchissima profe, anzi una vecchiaccia di profe, e ho sempre considerato purtroppo il registro un’arma impropria, non mi piaceva usarla e l’avrei guardata e le avrei detto: “Ragazza, ripassa un po’ di storia, perché, mi pare che…”.

 

Parole di Lidia Menapace, staffetta partigiana, combattente, 92 anni.
Impara, ministra, impara (lo so, impresa difficile, se non impossibile. Altro che ripasso di storia).

Il video dell’intervista a Lidia Menapace, a Di martedì del 24 maggio, qui.

Coincidenze o forse no

maggio 24, 2016

Caso s.m. (dal lat. casusus, propr. “caduta”, der. di cadĕre “cadere”; nel significato in linguistica, il latino casus è un calco del greco πτῶσις, che significava anche propr. “caduta”) – avvenimento fortuito, accidentale e imprevisto; per estensione, causa irrazionale a cui si suole attribuire ciò che avviene indipendentemente dalla nostra volontà e, in genere, da un disegno o fine predeterminato (in questo senso, è contrapposto a necessità); più genericamente: fatto, evento; vicenda triste; circostanza, congiuntura, occasione; modo specifico con cui un fatto generico si presenta (c. imbrogliato, complicato, semplice, serio, difficile, disperato; c. clinico; caso limite (pl. casi limite), quello che, in una serie possibile di eventi o di situazioni, si considera come possibilità o modalità estrema; in varie locuzioni, acquista il senso di possibilità, probabilità: es. i c. sono due: o accetta o rifiuta; locuzioni particolari a caso, sbadatamente, inconsideratamente, o tirando a indovinare; in linguistica, categoria grammaticale che concerne sia ciascuna delle forme che il nome (sostantivo, aggettivo o pronome) assume per esprimere un determinato rapporto sintattico, sia il rapporto sintattico stesso.

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ottavio_padre“Non so quanto sarà difficile la mia vita” si legge nell’intervista “ma i miei genitori non l’hanno facilitata. Mia madre, poverina, me l’ha complicata morendo, lasciandomi solo con un padre che da sempre pretende di scegliere la carriera che dovrei seguire. Perciò il giorno in cui mi daranno la laurea, semmai me la daranno, sarà per me un giorno di lutto pari quasi al lutto per la scomparsa di mia madre”. In queste parole, modellate su una dichiarazione di Gadda, Tondi condensa il risentimento da cui scaturisce la madornale leggerezza che segnerà il suo destino.
Il padre di Tondi si chiamava anche lui Ottavio ed era uomo di tutt’altra pasta, era cioè uomo pratico e cinico, per nulla incline alla lettura, anzi irremovibilmente contrario alle fantasticherie, alle evasioni dalla realtà e, più in generale, a qualsiasi forma di idealismo che la lettura incoraggia. Attributi come “poetico” e “romanzesco” erano per lui sinonimo di effeminata inconcludenza, e se poco tollerava che la moglie fosse vorace lettrice, quando vide che il figlio aveva preso più da lei che da lui, l’insofferenza degenerò in una malattia, in odio feroce per l’inutile universo della letteratura, flagello dell’umanità produttrice. […] L’Ottavio padre era un commercialista e, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto esserlo anche l’Ottavio figlio. Da anni e generazioni (la fondazione dell’attività si perdeva nella notte degli Ottavio) lo studio Tondi si adoperava affinché la ridistribuzione delle ricchezze imposta dallo Stato non recasse troppi danni ai suoi assistiti, tutte persone abbienti e ben collocate in quel demi-monde imprenditoriale dove qualunque distinzione tra politica e malaffare era ignota e ignorata. Che il perseguimento di una tradizione di famiglia tanto meritoria e remunerativa fosse messa a repentaglio per via di una sciocca vocazione onanistica quale quella letteraria era, per Ottavio padre, inconcepibile.

Tommaso Pincio, Panorama, 2015, NN editore, pagg. 59-61

 

A volte ti vien da pensare che, alla fin fine, le coincidenze non esistano.
O forse, semplicemente, certe pagine ti trovi a leggerle quando ne hai bisogno.

Quelli tra letteratura e realtà

maggio 20, 2016

Finzione s.f. (dal lat. finctione-m per fictionem da fictus, p.p. di fingere) – 1. L’atto, o l’abitudine, di fingere, di simulare: in ogni esistenza, anche la meno offerta, si nasconde un germe di f. e d’allegoria (Bufalino); più spesso, la cosa stessa che si fa o si dice fingendo: non gli credere, è una f.; tutte f. le sue!; f. giuridica, espressione equivalente al lat. dei giuristi fictio iuris (propr. “finzione del diritto”), usata in ital. come s.f. – Fenomeno giuridico per il quale una norma viene applicata a una fattispecie diversa da quella per cui era stata posta, fingendo che si siano verificati i presupposti di fatto di questa. 2. letter. invenzione della mente, ciò che si crea con l’immaginazione: f. poetiche.

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Immagine della copertina di Panorama

Immagine della copertina di Panorama

Ne aveva lette fin troppe di quelle storie dal finale annunciato e non felice (i finali annunciati non lo sono mai) per non sapere che la dignità letteraria e la nobiltà da tragedia, che nei romanzi ammantano ogni sorta di nefandezza e miseria, non resistono all’impatto della realtà. Si prenda l’esempio di quell’incarnazione del male assoluto conosciuta col nome di Nikolaj Stavrogin. Avvolto nella tela di mistero che Dostoevskij gli tesse intorno, questo spregevole individuo che offende per il puro piacere di offendere ci incuriosisce e affascina. Non è affatto improbabile che i suoi capelli troppo neri, i denti come perle, le labbra come coralli, l’aria da maschera, repulsiva eppure magnetica come un dipinto, eserciterebbero un ascendente anche nel mondo reale. Nondimeno, di un simile individuo, nel mondo reale, finiremmo per diffidare e lo terremmo a distanza. Leggendo I demoni, invece, non vediamo l’ora di incontrarlo e appena intuiamo che le sue apparizioni nel romanzo saranno soltanto saltuarie affiora in noi una punta di delusione, anzi molto più di una punta. E che dire di Gregor Samsa? Non siamo forse tutti mostruosi insetti, nel ritrovarci immersi nella Metamorfosi? Ma quanti di noi vorrebbero seguitare a essere un Samsa, una volta posato il libro?

Tommaso Pincio, Panorama, 2015, NN editore, pag. 18

 

Ultimamente, mi capita spesso, o forse, semplicemente, me ne rendo conto, di esprimere un pensiero come se fosse mio e subito dopo avere la netta sensazione di averlo letto da qualche parte. Solitamente, lo associo a un libro, ma, fusa come sono, non ricordo quale. A volte, dopo giorni, magari per puro caso mi viene in mente; altre volte, la maggior parte, resto col dubbio, ma con la convinzione che si tratti di un qualche libro.

Ieri mi è successo di nuovo, per un pensiero uscito in un contesto per troppi versi lontanissimo da qualunque cosa possa aver a che fare con la letteratura. La letteratura, però, c’entrava eccome. Esprimere spesso certi pensieri in quel contesto lontanissimo pure da me alla fine è un modo per sentirmi viva, anche perché in quel contesto lontanissimo sono costretta a stare e anche grazie a chi, pazientemente, lì mi ascolta e capisce.

Ieri, però, ho subito indovinato il riferimento. M’è venuto in mente l’ultimo libro di Piergiorgio Pulixi, appena uscito in libreria: Prima di dirti addio è il quarto e ultimo Sabot/Age della serie di Biagio Mazzeo. Uno da cui, nella realtà, staresti ben lontano. Uno a cui, leggendo i libri di cui è protagonista, alla fine di affezioni, anche se sai, razionalmente, che sarebbe meglio starci lontano. Uno per cui tifi, nel romanzo.
Ho citato lui e, per associazione di idee, Barney Panofsky, il protagonista de La versione di Barney di Mordecai Richler: politicamente scorrettissimo, stronzo, pure un po’ bastardo, eppure… Niente. Ti scopri a tifare per lui fino alla fine.

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