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Non c’è che dire, decisamente un flop di articolo

maggio 7, 2017

“In otto mesi 2.802 unioni civili. In tutta Italia. Erano 2.433 a fine dicembre. Se ne sono aggiunte 369 tra gennaio e fine marzo. Non c’è che dire: decisamente un flop”.
Un FLOP.

Contestualizzo: Repubblic(hett)a del 7 maggio ha pubblicato, in prima sul cartaceo – vedi foto screenshot – e, a quanto ho letto, ben in alto sul sito per qualche ora, un articolo sui dati delle unioni civili dopo l’entrata in vigore della legge (“Unioni civili: finora 2.800 sì”).
“La Camera, con la fiducia, ha detto il sì definitivo l’11 maggio 2016. A pochi giorni dal suo primo «compleanno» Repubblica ne racconta l’impatto con dati che diventeranno ufficiali tra pochi giorni”: mmm, dati che provengono da dove, tipo?
Scusatemi, sono io quella strana che si chiede da dove provengano certi dati, ché va bene l’anticipazione, ma mi piacerebbe anche sapere di cosa. Sarà deformazione professionale (o forse no, vista la mia – sulla carta, che di fatto è carta straccia – professione). Vabbè.

Partiamo dall’inizio, dalle basi. La conquista di un diritto – seppur parziale e inserita in una legge per me assolutamente migliorabile, per usare un eufemismo – non puoi definirla “flop”. Le parole sono pietre, in certi casi in più che in altri. No, non sei stata fraintesa, cara la mia autrice dell’articolo. Con le parole non si scherza, se non sei in grado di usarle è responsabilità tua. Sarebbe come scrivere che dopo la legge sul divorzio ci sono ancora tanti matrimoni o che, nonostante la legge sull’aborto, ci sono ancora donne che decidono di tenere il proprio figlio.
La legge sancisce un diritto. Punto. Non obbliga a usufruire di quel diritto (tra l’altro: chi vuole unirsi civilmente, sarà pur libero/a di farlo se e quando cacchio glie pare?).

Ma va bene, sei stata fraintesa, ok. Passiamo al metodo e soprattutto ai numeri. Pure con quelli non si dovrebbe scherzare e il fatto che l’autrice ci giochi come se giocolasse tipo con le clavette è tutto dire.
Come si studia nella scuola dell’obbligo, le Regioni italiane sono molto diverse, prima di tutto per grandezza numerica (intesa come superficie e come numero di abitanti). Quindi, se parliamo dei numeri di una Regione, scriverli senza rapportarli al numero di abitanti sfalsa, per forza di cose, il dato. “… anche in Valle D’Aosta le unioni sono state solo sei”: su quanti abitanti?

E poi, vabbè, tutto il resto del pezzo è assurdo, delirante. Frutto di stereotipi malsani e preoccupanti. Non si scherza con i diritti, soprattutto per chi non li ha.
“Poi ecco il crollo scendendo verso il Sud […]. Adesso dovranno essere gli studiosi a spiegare se nel Sud non ci sono proprio persone dello stesso sesso che vogliono unirsi ufficialmente, oppure se le coppie omosessuali ancora si nascondono, magari perché rendere ufficiale il rapporto, e quindi l’unione, potrebbe avere conseguenze sul lavoro e la vita sociale”. Dovranno essere gli studiosi. Olè.

Grande chiusura, per non farsi mancare nulla: “La legge Cirinnà entra in vigore il 5 giugno 2016, ma bisogna aspettare il 29 luglio per il decreto ponte. Il flusso delle unioni fino a dicembre – 2.433 – dimostra che chi voleva ufficializzare la sua unione, che magari andava avanti da anni, lo ha fatto subito. Poi il numero cala repentinamente. C’è da chiedersi che cosa sarebbe accaduto se le coppie avessero potuto regolarizzare grazie alla legge anche gli eventuali figli dei partner o addirittura adottarne. Ma questa sarebbe un’altra legge e un’altra storia”.

Ok, lo ammetto. Sono giornalista. Professionista. Il che poco importa, sono bistrattata professionalmente, ma penso comunque di avere un’etica come giornalista (la si dovrebbe avere, se si è giornaliste/i, si chiama deontologia professionale) e, soprattutto, a livello umano.
Da quando ho capito cos’avrei voluto fare – e ovviamente non posso fare – fin quando ho potuto ho provato a scrivere pezzi “circolari”, dove la fine riprende l’attacco dell’articolo come in circolo. Non sempre ci sono riuscita, non sempre ci si riesce, ma qualche volta sì e ne sono fiera.
Col tempo, e col disgusto giunto nel frattempo a livelli inimmaginabili, ho coniato un’altra definizione di “pezzo circolare”: demmerda all’inizio, demmerda alla fine.
Ecco, questo pezzo sulle unioni civili è circolare demmerda, all’inizio così come alla fine.

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