Skip to content

Falchi e colombe, storie ingiuste e ricordi adolescenziali

settembre 29, 2016

Pace s.f. [lat. pax pacis, dalla stessa radice *pak-, *pag– che si ritrova in pangere “fissare, pattuire” e pactum “patto”] – 1. a. Condizione di normalità di rapporti, di assenza di guerre e conflitti, sia all’interno di un popolo, di uno stato, di gruppi organizzati, etnici, sociali, religiosi, ecc., sia all’esterno, con altri popoli, altri stati, altri gruppi. b. Ristabilimento, dopo un periodo di guerra, dello stato di pace. 2. estens. Buon accordo, armonia, concordia di intenti tra due o più persone, nei rapporti privati o anche nella vita sociale. 3. Condizione di tranquillità materiale, di riposo, di quiete.

___

tracce-migranti-copertine-1“Il falco divenuto colomba”. “Un uomo di pace”. “L’uomo del dialogo”. Ieri, quando ho letto queste espressioni accostate a Shimon Peres, morto a 93 anni, ho arricciato il naso.
Poi, in serata, Michele Giorgio su Nena News, con “SHIMON PERES. È stato davvero una colomba?” mi ha un po’ riconciliata, con quanto non mi tornava, con ciò che penso da tempo e – perdonatemi l’autoreferenzialità – con un ricordo adolescenziale a cui rimarrò sempre legata.

“Per molti, specie in Occidente, Shimon Peres è stato il politico israeliano che più di altri ha insistito sul dialogo con palestinesi e arabi e cercato la pace. In realtà Peres era soprattutto un abile oratore, convinto che accordi di pace fondati su concessioni minime da parte israeliana avrebbero permesso allo Stato ebraico di ottenere enormi vantaggi, a cominciare dal riconoscimento definitivo dei palestinesi e della maggioranza dei Paesi arabi. La sua immagine di pacifista non poche volte è servita a coprire, presso l’opinione pubblica internazionale e i governi alleati, la reale portata di devastanti operazioni militari nei Territori palestinesi occupati, a cominciare da quelle contro Gaza”, scrive Giorgio, corrispondente dal Medio Oriente del quotidiano il manifesto e direttore di Near East News Agency (Nena News), Agenzia Stampa Vicino Oriente.

Ecco cosa non mi tornava con ciò che penso da enne anni. Il mio, probabilmente, è un pensiero semplicistico e sempliciotto – sono consapevole di essere assolutamente attaccabile da chi ha fior fior di studi e competenza rispetto a me. Un pensiero terra terra, forse, ma che per me, a distanza di anni, continua in qualche modo ad avere una sua ragione d’essere.

Prendiamo un insieme di persone, che decidiamo di definire “popolo”. Questo insieme di persone vive in un determinato territorio. A un certo punto, qualcuno più forte decide di conquistarne le terre. Lo fa e s’impone, costringendo quelle persone all’esilio. Stiamo parlando di ebrei e di diaspora, quella avvenuta durante i regni di Babilonia e sotto l’impero romano (penso in particolare a Tito nel 70 d.c.).
A ben pensarci, niente di poi così diverso da altre storie di conquiste: mi vengono in mente i conquistadores spagnoli e tutte le conseguenze – brutte e troppo spesso negate – della colonizzazione. A questa storia di dispersione dalla Giudea seguono, comunque, molti anni dopo, la nascita del sionismo e l’abominio della Shoah, la volontà di tornare nel proprio territorio d’origine.

Peccato che, in quel territorio, nel corso degli anni, si sia insediato un altro insieme di persone – un altro “popolo”. Arabi. Ora, la storia c’insegna che il principio di autodeterminazione dei popoli, fantastico sulla carta, si è rivelato spesso e volentieri un’emerita cazzata. A decidere la storia è – tristemente – chi vince. Scusateci, vi abbiamo vessati per anni, abbiamo (hanno) sterminato sei milioni di voi, ma ora abbiamo vinto, siamo forti, siamo i migliori e vi restituiamo le vostre terre, appoggiandovi in tutto e per tutto.

Il risultato è che lo Stato d’Israele è stato riconosciuto dopo la seconda guerra mondiale, appoggiato e armato, uno Stato che la “storia del risarcimento” ha legittimato e reso forte sulla scacchiera internazionale. Dall’altra parte ci sono (stati) i territori occupati e, dal novembre 2012, lo Stato palestinese, riconosciuto dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite come Stato osservatore non membro dell’ONU. Le armi non sono esattamente pari.

Questa, per me, è da tempo e resterà una storia ingiusta perché decisa da altri e difficile da gestire per le due parti. In un contesto così, controverso, scusatemi se arriccio il naso leggendo che Peres è stato un uomo di pace. Vero, gli accordi di Oslo nel 93 e il Nobel per la pace con Rabin e Arafat nel 94. Eppure, conclude Giorgio nel suo articolo, “per i palestinesi, in particolare le persone comuni, Peres è stato più dannoso della destra, in ragione, spiegano, della sua immagine di pacifista servita a mascherare all’estero il vero volto intransigente di Israele”.

E qui arriva il ricordo adolescenziale. Nel 94, credevo che gli accordi di Oslo potessero in qualche modo concretizzarsi. Solo che, per me, quegli accordi vedevano da una parte Arafat e dall’altra Rabin. Nelle foto di rito dell’epoca, Clinton finiva per risultare una presenza sfocata e Peres non era pervenuto. Data la differenza di forze in campo, vedevo Rabin come l’ago decisivo della bilancia – magari sbagliando, eh, ma intanto, ingenuamente, lo vedevo così.

Ho saputo della sua morte, assassinato, una sera di novembre nel 95, sorseggiando una birra in attesa di un piatto di patatine unte e servite malamente in un piatto di plastica, in un pub tanto storico, quanto fuori ogni norma di sicurezza, della mia “città”. All’epoca, andare “al Kilt”, in quel di Bra, era al tempo stesso un atto dovuto e qualcosa di cui vantarsi.
fuori, sul marciapiede – ho vomitato alcool una delle prime, e poche, volte della mia vita (non che dopo abbia smesso di bere, ma via via ho imparato a farlo senza star male).
dentro – ho incrociato per caso uno dei primi da-poco-ex “ragazzi” dell’epoca, cercando subito dopo di dissimulare la tristezza con chi era con me.

Chi era con me, c’era anche la sera della morte di Rabin. Un caro amico, che resterà sempre nei ricordi di quegli anni, anche se la vita cambia e ci cambia. La morte di Peres mi ha fatto tornare in mente, come la petite madeleine di Proust, le chiacchiere di quella notte, le braccia semi-appoggiate sul tavolo semi-pulito, i sorsi di birra, la notizia appresa dalla piccola tv appesa in alto nel locale in penombra, il senso di tristezza, del “non ce la faranno – non ce la faremo mai”, l’arrivo delle patatine fritte unte nel piatto di plastica, le altre chiacchiere nella notte.

Allora, ricordo di aver pensato che, con la morte di Rabin, qualcosa, in quel presunto processo di pace, si fosse rotto. Magari era un pensiero semplice e sempliciotto, ma le cose non sono cambiate. Mi resta il ricordo di quella notte “al Kilt”, allora, e un’immagine, quella di Mauro Biani per il manifesto, oggi, che vale più di tutti i blablabla che potremmo fare (potete vederla a questo link).

Annunci
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: