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Esordi (con)vincenti

settembre 22, 2016

Coincidènza s. f. [der. di coincidere, dal latino com=cum con e incidere, cader sopra o dentro e fig. avvenire, composto della particella in e cadere]. – 1. Concorrere due o più cose nello stesso punto, l’accadere simultaneo e fortuito di due o più fatti o circostanze diverse; 2. In matematica, identità, sovrapposizione di punti, di piani e, in generale, di figure geometriche; 3. In fisica nucleare, evento consistente nell’indicazione pressoché simultanea di due (c. doppia), tre (c. tripla), o più (c. multipla) contatori di particelle, attraversati da una particella (c.sistematica) o da particelle diverse (c. casuale o spuria).

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un_posto_tranquillo_per_un_delittoAveva tirato fuori dalla tasca una vecchia moneta da cento lire. Non ne aveva più viste in giro, da quando c’era l’euro. L’aveva lanciata in aria più e più volte, senza sosta. Doveva aver colto il suo sguardo sconcertato perché a un certo punto si era rivolta a lui.
«Testa o croce? »
[…]
«Lei crede alle coincidenze?»
«Be’, certo che no», rispose lui. «Che domande! E lei?»
«Io sì, invece».
«E come mai?»
«Perché non credo al destino».
[…]
Ovvio che … non credeva a tutte le coincidenze, non era certo un’ingenua. Nondimeno, era convinta che potessero banalmente capitare, anche quelle improbabili. Perché il caso era cieco e smemorato: non sapeva cos’altro avveniva intorno o cosa si era verificato giusto ieri, non si curava dell’assurdo. Finché c’era anche un’unica eventualità, fosse pure su un milione, il caso si arrogava il diritto di poter accadere.
[…]
La vita non ci stava dentro cento lire. Le possibilità, di solito, erano sempre più di due. Ma anche fosse stato un dado a dodici facce il risultato bisognava poi interpretarlo, anzi, saperlo leggere o, in un certo senso, persino deciderlo. Quella monera era assolutamente inutile, vana per capire, impossibile da spendere o da cambiare. Era una moneta scaduta, una moneta al momento sbagliato, una moneta ormai fuori corso. Un po’ come i loro discorsi e i loro legami di quindici anni fa, un po’ come loro stessi.

 

I pensieri appena riportati sono di Vera Diana, una dei protagonisti di Un posto tranquillo per un delitto, romanzo d’esordio di Barbara Sessini, edito da Newton Compton.
Su di me, queste poche righe possono già avere l’effetto di farmi decidere di comprare un libro sfogliato a caso, ma tant’è. Non cito Vera Diana a caso, ma ri-tant’è.

Definirei questo romanzo un giallo perché, detto molto banalmente, all’inizio c’è un omicidio, alla fine si scopre chi è stato e in mezzo ci sono tanti mondi, idee, visioni, vite e… depistaggi. Vero, di mio, pur essendo appassionata del genere, non sono granché brava a scoprire l’assassino/a di turno: c’è da dire che di solito manco ci provo, perché mi piace farmi prendere per mano dall’autore/autrice e, quelle rare volte in cui mi è capitato, è stato assolutamente fortuito e mi è anche un po’ dispiaciuto.

La storia appare tanto comune a prima vista, quanto ricca e densa non appena si va avanti nella lettura e oltre l’apparenza.
L’omicidio è quello di Sara Ponsat, giovane ma sveglia donna, figlia dell’Ingegnere, che sta per sposare il figlio del Senatore (le maiuscole sono così nel libro) e si è presa in carico l’azienda di famiglia, una cartiera che, per intenderci, dà lavoro a buona parte del piccolo paese in cui vive. Due vie che s’incrociano e poco altro, un posto in cui chi ha vissuto in un qualunque piccolo paese può riconoscersi. Un posto tranquillo, in cui non succede mai niente: lo pensa il neocommissario appena mandato lì per promozione-punizione.
Ciò che sembra ovvio a prima vista, però, si rivela non essere tale. Oltre l’apparenza, dicevo.

Mentre il neocommissario – e forse anche un po’ noi – ci mettiamo a seguire certe piste, spuntano infatti un malaffare un po’ tipico della nostra Italietta, giochi di potere, rancori e insofferenze, per cui mi sento di aggiungere al giallo una spruzzata di noir dal punto di vista letterario (di primo acchito, mi ha fatto pensare a Nordest di Carlotto e Videtta, e so per certo che l’autrice non l’aveva letto, quando ha scritto il romanzo) e di cronaca: non è un caso che Barbara Sessini nasca – e resterà sempre – giornalista. Dimostra di conoscere ciò di cui parla, descrivendo con un linguaggio forte e chiaro anche questioni “rognose”.

Giusto, il linguaggio. Intanto, lasciatemi dire una cosa: la copertina del romanzo lo presenta come un thriller, ma per me è tale solo nella misura in cui, a un certo punto, ti mette suspense e vuoi vedere come va a finire. Non si tratta di un action thriller dove l’azione la fa da padrona: non c’è un susseguirsi di sangue, inseguimenti e poco altro.

No, Un posto tranquillo per un delitto è un giallo ben confezionato, dove, come diversi libri che rientrano nel genere, c’è spazio per molto altro. Funziona, ma richiede giustamente attenzione. Funziona nella misura in cui gli dai tempo e spazio (soprattutto mentali, in due, massimo tre notti di sonno perse, per intenderci). Devi stargli dietro, adattarti ai suoi tempi.

Solo così puoi scoprire tutto ciò che di altro ed emozionante può esserci dietro. Ho già scritto che sono un’amante del genere e mi piace trovare particolarità in ogni libro che leggo. In quello di Barbara Sessini, come ho accennato, c’è un’attenzione per – e una conoscenza della – lingua italiana, e delle sue mille sfaccettature, non da poco. Onde evitare spoiler, non riporto altre parti del romanzo: mi limito a dire che, a un certo punto, c’è una riflessione sulla differenza tra i concetti di “errore” e “sbaglio” mica da ridere.

Poi c’è la vita, che sa venire a galla in maniera prepotente, di fronte a un omicidio; quella vita fatta di rapporti e legami, di una “banda” di amici e amiche con questioni irrisolte e volutamente sepolte da anni che si trova/ritrova nel piccolo paese tranquillo e indaga perché sente di non poter fare altro. Cerca di capire, si sforza, contravviene alle regole, lotta, capisce anche ciò che aveva volutamente sepolto per tirare avanti.
Stiamo parlando di rapporti, quelli forti, come una corda che, se non si è spezzata finora, anche se la tiri allo stremo resiste, e al tempo stesso fragili, come un elastico che tiri e può tornarti indietro facendoti male fino a quando – forse – non recupera la sua posizione iniziale, che male non fa più, anche se richiede tempo per assestarsi.
Quando ho scritto, all’inizio, che Vera Diana è una dei protagonisti, non l’ho fatto a caso: questo per me è anche un romanzo corale. Finisci per scoprirti vicino a (quasi) tutti i personaggi e ti scopri a tifare per loro, a voler vedere come andrà a finire, sperando in un seguito.

C’è tutto questo, in Un posto tranquillo per un delitto, e non è poco. Ci sono tanti punti che mi sono segnata e sottolineata con piacere. C’è un amore puro per la lettura, che traspare tutto.

Rimandando a quanto ben scritto da Severino Colombo nelle pagine culturali del Corriere della Sera (a questo link), mi limito a prendere a prestito il parere di un caro amico, oltre che bravo giornalista sportivo e avido lettore: Barbara Sessini è paragonabile a un calciatore/una calciatrice già grande ma con naturali margini di crescita (decidete voi quale, lui aveva detto un nome, ma non lo riporto ché tanto non conta).

Ps Ora lo posso dire. Ho avuto l’onore di poter leggere questo romanzo in due diverse versioni, prima dell’approdo in casa editrice. Quando ho letto la versione finale, quella uscita in libreria, conoscevo quindi già la storia, l’inizio e la fine. Questo mi ha permesso di apprezzarne sia i miglioramenti, fatti in breve tempo, sia tutta una serie di aspetti che a una prima lettura, presa dall’intreccio, forse avrei notato meno e sarebbe stato un peccato. I libri che meritano, come questo, meriterebbero di essere riletti.

So proud of you, amica.

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