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Game over

ottobre 17, 2014

Contrasto s. m. [der. di contrastare, dal lat. tardo contrastare, composto di contra “contro” e stare “stare”; propriamente “stare contro, opporsi”]

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Cinquantotto anni
. Fine della corsa, raggiunto da appena un mese e mezzo il “traguardo” della pensione: quando, cioè, se non hai problemi di salute e non sei uno scemo, cerchi di godertela, dopo una vita di lavoro. “Libero di fare, ma soprattutto di non fare”. Conosciuto da tante e tanti (solo a notte inoltrata mi è venuto in mente il Quando muore uno famoso di Zero Calcare, ma solo per provare a sorridere un attimo).

Eppure, forse perché me li sono andata a cercare, conoscendo un po’, forse per caso, a parte un tweet che aveva più personalismo che altro, tra social e siti dei quotidiani mi sono imbattuta solo in ricordi personali, umanissimi. Per rispetto del “tuider”, ne cito uno di un suo collega, Alberto Infelise: “Lo schifo sarà non leggerti più. Lo schifo è non poterti far leggere le cose che tanti stanno scrivendo di te. #Ansaldo”.
Più esteso, il ricordo per me più bello l’ho letto qui, sul sito del giornale dove cominciò, che non ha nulla a che spartire con quello di oggi, come “uno dei ragazzi di Tos (Tosatti, ndr)”.

Sì, perché non sono il tipo che posta o twitta R.I.P. per personaggi famosi, ma ricordi scritti di un certo tipo mi lasciano un po’ il segno. Mi fanno pensare ai miei, di ricordi, con quella persona, e anche se si tratta di un microricordo, che farebbe il solletico a chiunque, se lo associo a qualcosa di importante diventa d’un tratto nitido, come se fosse successo ieri.

Non sapevo un mucchio di cose, come la passione per i peperoncini, ad esempio, ma qualcosa sì. E, in una lontanissima e felicissima estate lavorativa del 2007, a momenti stavo per cadere per terra, con le borse della spesa, vicino a casa, quando mi chiamò per chiedermi certi contatti. Erano settimane che rompevo un mio amico sui Mondiali di calcio dei senzatetto (Homeless World Cup, che si sarebbe svolta a Copenaghen). Adoravo e adoro le storie, anche e soprattutto di sport. Avevo scoperto questa, avevo chiesto informazioni, pur non sapendo a chi proporla per un articolo. Per farla breve, il mio amico all’epoca era vicecapo delle pagine sportive di un quotidiano nazionale: una mattina, in riunione, un vicedirettore se ne esce con la storia dei senzatetto e propone di mandarci lui, l’inviato di sport. Tramite il mio amico – fortuna che mi aveva avvisato, altrimenti non so cosa ne sarebbe stato di quelle buste della spesa – l’inviato mi chiama per chiedermi i contatti. Glieli giro. Ho ancora lo scambio di mail, l’sms con cui mi ringrazia, il suo pezzo che occupa una bella pagina con tanto di richiamo in prima (Un mondiale da veri “barboni”, 6 agosto 2007).

In quei mesi, lavoravo per una sostituzione estiva nel suo stesso giornale. Poi l’ho conosciuto di persona, tempo dopo, a una partita del Toro, in sala stampa. So solo qualcosa di lui, tramite racconti e aneddoti indiretti, ma da ieri pomeriggio ripenso a quella telefonata, alla mia emozione, alla sua gentilezza e disponibilitàdi getto” – quelle vere, in grado di cancellare il mio irrecuperabile senso di disagio in quell’ambiente – e anche un po’ alla soddisfazione dell’epoca perché quel giornale, mandando lui, penna bella e sensibile, a seguire quell’evento, un po’ mi aveva riconosciuto, indirettamente, un minimo di capacità di scovare storie che meritassero.

E… niente. È che sono momenti che ho vissuto poche volte, quelli che mi hanno fatto credere nel mestiere che avrei voluto, quelli che a un certo punto ho definitivamente perso perché, vuoi per casi della vita, per sfiga o chessoio, ho dovuto imboccare altre strade. Quindi ciao, Marco, e grazie, perché, a conti fatti, ci siamo conosciuti solo di vista, ma quel forte ricordo nessuno me lo potrà levare, scalda e tu ne sei protagonista. A maggior ragione perché, in un incredibile contrasto, ieri l’ho scoperto subito dopo uno scambio che nulla ha a che fare con un rispetto minimo della vita e tu meritavi di godertela.

Che pesantezza.

Ps. Nella ridda di pensieri che affollano la mia testa da ieri pomeriggio, alla fine ecco spuntare l’ennesimo: 2006, stage in un (altro) quotidiano nazionale. Giornalista forse sulla quarantina, dall’aria sportiva e giovanile, curioso, interessato e di sicuro interessante. Incrociato poche volte, sempre sorridente, con la battuta pronta. Si reggeva su una stampella, era evidente che non stesse bene. Aveva un tumore al cervello, a un certo punto dello stage è morto. Quando è uscita la paginata con ricordi del direttore e dei colleghi-amici a lui più vicini, mi sono rinchiusa in bagno per alcuni minuti, a versare qualche lacrima, per lui, incrociato poche volte, così come poco più di un anno dopo per un suo collega, anche qui conosciuto solo di vista. Perché certi rapporti, tra colleghi, nelle redazioni di giornale – meglio quelle di una volta – o mentre si scarpina(va) in cerca di notizie, sanno essere contagiosi.

Pps. Per tornare alla realtà: ci sono ovviamente anche pezzi “di commiato” che di ricordo hanno ben poco, di personalismo e d’inventato parecchio. Non dovrebbe essere – anche se puntualmente per qualcuno lo diventa – una gara a chi ricorda meglio, a chi era più vicino o amico o chessoio, ma tant’è. Del resto, da alcuni non può che può uscire solo fuffa, anche se travestita da giornalismo di qualità, umanità, sensibilità, ecc.

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