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Battiston, tanto vino, Zoran il suo nipote scemo e tutto forse andrà bene

novembre 10, 2013

Leggerezza s.f., da leggero (o leggiero; ant. leggière o leggère, e leggièri o leggèri) agg. [dal fr. ant. legier, che è il lat. *leviarius, der. di lĕvis «lieve»]: letteralmente, che pesa relativamente poco, che fa sentir poco il suo peso; per estensione, tra i diversi significati: che non dà sensazione di peso o di pesantezza; che si sopporta facilmente, che non affligge o affatica troppo.

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zoran_locandina La prima volta è stata al cinema Empire. Piazza Vittorio, Torino, anni dell’università, nel  cinema vecchio che aveva più perché di quello attuale, come spesso accade. Ricordo come se fosse ieri – ed è strano, visto che non ricordo cos’ho mangiato a pranzo – la sensazione di stare davvero bene sia durante la proiezione, sia dopo, fuori, seduta su una panchina di pietra, a sorridere anche un po’ alla vita.

Il film era Pane e tulipani: la storia tutta, l’ambientazione e i singoli personaggi hanno contribuito a quella bella sensazione. Tra di loro, Giuseppe Battiston, nei panni di un improbabile investigatore tra le calli veneziane. Da allora, ho visto diversi film con lui: sia i personaggi, sia la sua prova mi han sempre lasciato qualcosa di buono. Mi piace Battiston. La bella sensazione post primo film visto, però, non s’è ripetuta, perché certi ruoli, calati in certe storie, non potevano lasciarla. E, se in Non pensarci il sorriso finale c’è stato e torna ogni volta che ci ripenso, ma il ruolo da protagonista non era suo (quello era tutto di Valerio Mastandrea), in Zoran, il mio nipote scemo Battiston occupa in maniera formidabile buona parte della scena, giocando tra l’altro in casa propria.

Intanto, il film è un inno al vino: come canta il coro in una scena, “il vin s’è l’alegria, l’acqua s’è il funeral”.

Opera prima di Matteo Oleotto (dieci minuti di applausi al termine della proiezione all’ultimo Festival del Cinema di Venezia e Premio del Pubblico della Settimana Internazionale della Critica), Zoran, il mio nipote scemo si svolge in un piccolo paese della provincia friulana e – come leggo nella recensione su MYmovies – descrive un territorio e un soggetto che il regista goriziano conosce bene, dedicandosi alle vigne e al vino nel tempo libero.

Come dichiarato da Battiston in un’intervista a ComingSoon, la gestazione di questo film è durata cinque anni per il regista e quattro per lui, “a pensare, nelle nostre riunioni, nelle nostre degustazioni, perché il vino è un elemento fondamentale del film ed è una cosa che ci unisce e ha cementato la nostra amicizia”.

Bevono pressoché tutti, pure troppo, nel piccolo paese vicino a Gorizia in cui è ambientata la storia. Il taglio, però, lascia poco spazio a giudizi sull’abuso di alcool (a parte la mia vicina al cinema). Razionalmente, pensi per forza che stiano bevendo troppo. Lo pensi pure in alcune scene. Per buona parte del film, però, ti scopri a sorridere e a voler bere con loro. Anche Paolo Bressan (Battiston) ha un connotazione negativa: cinico, a tratti cattivo, beone (anzi, alcolista, come si definisce in una scena, in cui, più o meno, dice al suo interlocutore: “Tu sei un alcolizzato, devi stare zitto. Quando diventerai alcolista come me, ne riparleremo”).

Sulla carta, non c’è nulla per cui meriti di essere salvato. In fondo, Paolo è un perdente. Ha tradito la moglie in tutti i modi possibili, l’unica volta in cui l’ha portata fuori, per San Valentino, è stata per una trasferta dell’Udinese (sì, c’è pure il calcio, quello del campionato è l’unico calendario che Paolo conosca davvero) per giunta finita male, sia per il risultato, sia per la notte passata a dormire in macchina e le domeniche le passava a bere.

Eppure, esattamente come per Barney Panofsky, ti scopri a tifare per lui, perché riesca a riconquistare l’ex moglie, anche se, fondamentalmente, si comporta da emerito stronzo con tutti. Perché, in fondo, è un uomo solo e più tanto non può farti antipatia.

Poi, in maniera del tutto inaspettata, arriva dalla Slovenia Zoran (Rok Presnikar, per la prima volta sullo schermo, bravobravo), nipote di Paolo, che, ovviamente, non aveva la più pallida idea della sua esistenza. Un sedicenne con un paio di occhialoni e impacciato. A prima vista, sembra proprio uno scemo, ma non lo è per niente. Parla un italiano aulico imparato leggendo due libri che lui definisce capolavori, ma che nessuno conosce, ed è un asso nel tiro a segno con le freccette. Paolo dovrebbe tenerlo con sé appena cinque giorni, prima che venga spedito in una casa-famiglia, ma poi opta per l’affidamento (con periodo di prova), solo perché spera di poter vincere 60.000 euro partecipando ai Mondiali di freccette.

Inutile dire che le cose andranno molto diversamente. Il finale del film, a molti, potrà sembrare troppo aperto: molto di ciò per cui tifi, in realtà, non si realizza, ma qualcosa, forse, sì. Lo strambo rapporto tra zio e nipote sembra poter aiutare entrambi. Dopo quasi due ore di ritmo incalzante, vino, dialoghi a tratti brillanti e la terra friulana che si manifesta, anche se il finale non ti dà risposte certe, ti suggerisce che, malgrado tutti i casini e le difficoltà, il bel finale potrebbe esserci.
È il film adatto, insomma, a chi ha bisogno di sentirsi dire che tutto a andrà bene, a prescindere da come effettivamente andrà.
E non puoi fare a meno di uscire dal cinema col sorriso.

Post scriptum: in questo film più che negli altri, il personaggio interpretato da Battiston mi ha ricordato una persona alla quale sono stata molto legata. Tifo ancora per lei, anche se a distanza, e spero che possa avere il riscatto dalla vita che meriterebbe.

Zoran, il mio nipote scemo, 2013
Regia di Matteo Oleotto
con Giuseppe Battiston, Teco Celio, Rok Presnikar, Marjuta Slamic, Roberto Citran

(Nella foto, la locandina del film)

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