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Hasta Cuba siempre

ottobre 31, 2013

Viaggio s. m. [dal provenz. viatge, fr. ant. veiage, che è il lat. viatĭcum «provvista per il viaggio» e più tardi «viaggio», der. di via]: tra i significati, l’andare da un luogo ad altro luogo, per lo più distante, con un mezzo di trasporto privato o pubblico.

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Cienfuegos, Cuba

Cienfuegos, Cuba

Diciamolo chiaro e tondo. Un viaggio a Cuba, oggi, può voler dire molte cose e, spesso e volentieri, non vuol dire nulla di buono. Ci sono tanti – ancora troppi/e Italiani/e, ma sicuramente non solo loro – che, nella Isla Grande, ci vanno solo per un motivo: l’ormai troppo noto turismo sessuale. Ho visto, so di che parlo, anche se probabilmente, rispetto a qualche anno fa, non ho visto il peggio, per “pulizia” messa in atto dallo Stato e per il contestuale nascondere situazioni più a rischio agli occhi di tutti (leggasi minorenni, femmine e maschi, per non dire bambine e bambini).

Tra i molti significati di un viaggio a Cuba, comunque, resta per fortuna il volerla vedere e, per quanto possibile, conoscere. Per il fascino che, inevitabilmente, può suscitare uno Stato che, in fondo, da ancor prima del crollo del muro di Berlino, pur con tutti i suoi limiti, ha dimostrato di saper lottare e di resistere, pur con la spada di Damocle di un embargo voluto dagli Stati Uniti e messo in atto dai Paesi occidentali. Voleva essere questo il mio obiettivo, quando, già quasi a Ferragosto, ho cliccato sulla prenotazione per un viaggio assieme a sconosciuti, con partenza pochi giorni dopo.

“I cubani hanno uno strano rapporto con lo spazio, derivato forse dalla condizione insulare che è insieme fonte di chiusura e di apertura. Il nazionalismo gli conferisce una forte identità nella resistenza, ma può degenerare in monolitismo restio al confronto, mentre al contrario è il meticciato creativo il vero punto di forza della loro cultura”, scrive Danilo Manera nel suo A Cuba (ET Geografie, 2008), che ho cominciato a leggere prima di partire per non arrivare del tutto impreparata. Ed è vero che “c’è un dentro e un fuori nella politica cubana: da un lato il progetto rivoluzionario che sbanda e delude continuando a riempire piazze e dall’altro l’esclusione di chi obietta e finisce in cella; da un lato la metropoli che sperimenta soluzioni alternative e si ripropone come punto di riferimento in America Latina, dall’altro la voglia di emigrare di tantissimi”.

Non si può dimenticare, poi, “l’immagine riflessa sulla sponda di fronte, a novanta miglia, oltre le linee nemiche, ambiguo miraggio. Ci sono due milioni di esuli in varie parti del mondo a riproporre costantemente la dialettica tra il dentro e il fuori, un’oscillazione ben presente nella quotidianità spicciola dei cubani, così estroversi e socievoli, ciarlieri e pettegoli, e allo stesso tempo riservati, bisognosi di uno spazio proprio, zitto e quasi segreto.

Se sei al tuo primo viaggio, devi riflettere un po’, su queste parole, scritte da uno che quella realtà la conosce benissimo. Alla fine, però, arrivi a riconoscere che pure tu, almeno un po’, magari di striscio, da episodi, senza rendertene conto sul momento, tutto questo l’hai vissuto, in appena due settimane di giro per l’isola, da L’Avana (“città sbiadita, frammentaria e ipotetica, cariata e prodigiosa, che non appartiene più a nessuna epoca”) a Santa Clara, passando per Cienfuegos, Trinidad, Camaguey, Santiago de Cuba, Baracoa e Cayo Coco, oltre a tutte le tappe intermedie.

Due settimane da cui, in prima battuta, hai tratto belle cose e divertimento. Merito di un gran bel gruppo con cui ti sei goduta il più possibile la vitalità – perché ce n’è, eccome – di Cuba, pur in uno spirito di contraddizione pressoché inevitabile. Perché la povertà resta sempre lì, pronta ad accoglierti e avvolgerti, proprio tu, per loro “ricca/o e felice”, anche se i due termini non per forza vanno di pari passo: la vedi di notte, nei locali, ahimé, anche se non ne sei partecipe; la vedi nelle strade, in pieno giorno, quando persone di tutte le età ti circondano per ricevere qualcosa. Qualcosa, si badi bene, non soldi. Perché può esserci benissimo dignità, nella povertà: sei non hai nulla, hai bisogno di cose, prima di tutto, chiedi vestiti, saponi e, a voler strafare e festeggiare per giorni, penne (li abbiamo visti, adulti e bambini, gioire allo stesso modo per qualche matita e agendine). E, non di rado, ti viene chiesto qualcosa proponendo altro in cambio: baratto, anche se non dovrebbe aver senso d’esistere, viste le condizioni agli antipodi.

Ecco, mi sento di ridire qualcosa, sul concetto di “antipodi”: siamo proprio sicuri che noi, occidentali, imbevuti del sistema capitalista, stiamo davvero messi così meglio? No. Non voglio semplificare, sarebbe ingeneroso nei confronti sia di Cuba, sia della storia, ma da questo viaggio son tornata con un’idea (comunque pronta a smentirla in caso di prove schiaccianti contro, che, però, al momento, non ho): non me la sento di dire che, in assoluto, il socialismo reale in salsa cubana abbia fallito. Di sicuro, ha fallito nella misura in cui gli Stati Uniti e i loro alleati hanno deciso che dovesse fallire. Non ho, però, la riprova di come sarebbe andata senza il mondo occidentale contro (embargo, ma non solo). Se non fosse stato deciso che un sistema doveva essere in assoluto migliore degli altri, salvo poi non rivelarsi tale. I sistemi politici rigidi, di qualunque colore siano, in sé peccano di democrazia e non possono che portare qualcosa di negativo, ovvio, ma non so come sarebbe andata se a Cuba fosse stato permesso di più. Sinceramente, non lo so. In più, se il cosiddetto comunismo di stampo sovietico, per la storia, ha fallito, non possiamo dire lo stesso per quello capitalista: di fatto, oggi, è fallito pure lui, ma non possiamo permetterci di ammetterlo ed è il motivo per cui non proviamo nemmeno a cambiarlo e lo teniamo in vita.

Ripeto, non voglio semplificare troppo, le mie sono semplici impressioni figlie di un grande viaggio, con belle persone sia in partenza dall’Italia, sia cubane. Malgrado le aperture degli ultimi anni, in troppe/i sono ancora disposte/i a tutto per scappare da lì e guardano al nostro mondo con desiderio, ma siamo sicuri che sia la strada giusta? Io no.

E se, come scrive Manera, “la crisi economica e l’afflusso di visitatori hanno generato la divaricazione, simboleggiata dalla doppia valuta (pesos convertibili, CUC, per i turisti e non convertibili, CUP, per i locali, ndr), tra due realtà sociali: da un lato chi entra in contatto a qualche livello con il turismo o riceve rimesse dagli emigrati, e dall’altro chi stringe la cinghia con salari risibili e s’arrangia come può”, anche questa condizione è destinata a cambiare. Nell’ambito dell’apertura di Cuba al resto del mondo, infatti, è di pochi giorni fa (22 ottobre) la notizia, riportata tra gli altri da Il Post, che il governo di Raúl Castro ha annunciato l’eliminazione del sistema della doppia moneta in vigore nel Paese dall’agosto del 1994. La decisione è stata resa pubblica da una nota di una decina di paragrafi pubblicata sul quotidiano cubano filo-governativo Granma.

Non so se e quanto questo cambiamento potrà avere conseguenze positive sui cubani. Mi auguro che lo siano, anche perché, personalmente, ho visto vantaggi nell’uso di una doppia moneta, malgrado, attualmente, forse troppa disparità tra CUC e CUP.

Cosa mi ha spinto a scrivere tutto questo? È da quando sono tornata che ho in canna uno o più pezzi sul mio viaggio. Li ho sempre ritenuti “necessari”, prima di tutto per me e per quanto ho visto e vissuto. Niente come una frase assolutamente a sproposito, però, detta da chi, come spesso accade, ha perso l’ennesima occasione di tacere, poteva spingermi a buttar giù ste righe, che sono le prime, ma magari non saranno le ultime. Qui, in Italia, da che io ricordi, siamo surclassati da Ernesto “Che” Guevara: mito di tanti “di sinistra”, volto stampato su non so quante magliette e bandiere presenti in non so quante manifestazioni. Mito sopravvalutato e sovraesposto di sicuro. Primo, perché la storia di Cuba non è solo quella del Che: ad esempio, credo che tanti, in Italia, non conoscano Camilo Cienfuegos (che, tra l’altro, quando Fidel teneva i suoi discorsi, lo esortava dicendogli “¡Vas bien, Fidel!”). Secondo, perché, come spesso accade a personaggi storici trasformati in miti, non se ne considerano contraddizioni e limiti.

A tutto ciò, deve aggiungersi l’uso a sproposito di certe espressioni, una su tutte “Hasta la victoria siempre”. Poche ora fa, sono stata costretta a leggerla, per giunta incompleta, riferita a una situazione completamente diversa, in tutto e per tutto, e non solo per il periodo storico.

Che rabbia. Sarà che Cuba mi è rimasta dentro, sarà che non parlo a sproposito: per riprendermi, ho scritto queste righe probabilmente inutili e di certo opinabili, mi son messa appalla Cohiba di Daniele Silvestri e ho ripensato alla Bahía de Cochinos (Baia dei Porci), perché alla fine, per come la vedo io, una disfatta così colossale come quella di Kennedy e della Cia nel ’59 non può che strapparmi un sorriso.

Citando Cacucci, “un po’ per amore e un po’ per rabbia”, insomma.

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