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Tra (non) lavoro e Champions league

aprile 24, 2013

Lavoro, s.m, dal latino labor, fatica, lavoro – Principali significati: 1. In senso lato, qualsiasi esplicazione di energia (umana, animale, meccanica) volta a un fine determinato; 2. Più comunemente, l’applicazione delle facoltà fisiche e intellettuali dell’uomo rivolta direttamente e coscientemente alla produzione di un bene, di una ricchezza, o comunque a ottenere un prodotto di utilità individuale o generale; 3. In senso più concreto, l’attività stessa applicata praticamente a un oggetto determinato; 4. Occupazione retribuita e considerata come mezzo di sostentamento, e quindi esercizio di un mestiere, di un’arte, di una professione.
Interessante la definizione data da Una parola al giorno.it
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temps-modernes

Partendo dal quarto significato del termine, il lavoro corrisponde a qualcosa che viene pagato. Dovrebbe, almeno. Perché, sempre più spesso, si offrono lavori sottopagati, se non aggratis. Ormai, si lanciano anche concorsi pubblici per la gloria (come ho scritto in un post precedente).

Fatti e notizie

Non si lavora per la gloria

Lavoro non dovrebbe essere solo uguale a portare a casa uno stipendio, sempre più misero, per tirare avanti. Per carità, per tanti lo è e va bene così, le soddisfazioni arrivano da altro (evviva!), ma un tempo, ai famosi tempi delle vacche grasse spremute non solo fino all’ultimo goccio di latte, ma andando direttamente a strappare brandelli di carne, alcuni hanno avuto il diritto, diventato poi privilegio, di mantenersi facendo il mestiere che volevano. Lavoro, sì, mi stanco, ma faccio ciò che mi piace. Ora, solo qualcuno può. La maggior parte si barcamena e, se riesce ad arrivare alla fine del mese, non lo fa di certo col classico “lavoro della vita”.
Il problema è che oggi, come prima ma sempre più di prima, i sottoprecari si contrappongono ancora più nettamente ai lavoratori iper-garantiti che non vogliono concedere nulla.
Lo si vede benissimo in un settore in stra-crisi come quello dell’editoria, in particolare nei giornali. Non c’è un’ottica di lungo periodo, né la mentalità, per innovare e provare davvero a risollevarsi, ma tanti (anche se non tutti) giornalisti assunti, magari vicini a una lauta pensione, fanno guerra contro il prepensionamento, o si ribellano a tagli magari di 200 euro al mese su stipendi da 2.000 euro netti in su, con tutte le garanzie dei cari, vecchi e ormai pressoché inesistenti contratti a tempo indeterminato.
Storia vecchia, lo so. Ma ora sta diventando insostenibile.
In questo scenario s’inserisce la ricerca del Wall Street Journal diffusa ieri, che, incrociando i dati statistici del Ministero del Lavoro americano e di altre agenzie governative con cinque fattori (sforzo fisico, ambiente di lavoro, reddito, stress e prospettive di assunzione), ha stilato una lista di 200 impieghi, dal migliore al peggiore.
In cima, gli “attuari”: laureati in matematica, o statistica o economia, che determinano l’andamento futuro di variabili demografiche ed economico-finanziarie e valutano fenomeni economici caratterizzati dall’incertezza.
All’ultimo posto, il giornalismo. E stiamo parlando di Stati Uniti, figuriamoci in Italia.
Fin qui, niente che stupisca più di tanto.
In realtà, non stupiscono nemmeno certi commenti, anche se sono sintomatici dell’incapacità (o meglio, non volontà) di cambiare le cose a vantaggio (o perlomeno sopravvivenza) di più persone.
C’è chi riesce ancora a ribattere, dall’alto di un lavoro ben retribuito: “Lo farei anche gratis”. Brav*, hai proprio capito tutto. Il mondo giornalistico italiano va così anche grazie a te.

Manco più Crozza mi fa ridere

Sabato non avevo seguito gli ultimi sviluppi delle votazioni per il presidente della Repubblica. Quando ho visto, su Rai News 24, il nome di Napolitano, subito ho pensato che si trattasse di un servizio sulle elezioni di sette anni fa. Ma non era possibile, nelle immagini del Parlamento c’era Laura Boldrini. Così ho capito. Mi si è stretto qualcosa dentro, non sono più riuscita a seguire l’evoluzione. So solo che c’è stata molta commozione, al discorso di Napolitano, splendido 88enne che non si sente stanco, ma vuole ancora rendersi utile al Paese. Magari con un bel Governo a guida Amato, come ai brutti vecchi tempi. Lacrime di commozione, a loro. Il sangue, tutto a noi.
Sento che nemmeno Crozza, sto giro, riuscirà a farmi ridere.

Non è un Paese per lavoratrici

Niente di nuovo, eh, per carità. Ma (ri)leggere che una donna su tre esce dal mercato del lavoro dopo la maternità e che il tasso di occupazione femminile scende inesorabilmente con l’aumentare del numero dei figli fa arrabbiare sempre e comunque. Soprattutto a pochi giorni da una situazione, vissuta da vicino, di una neomamma che ha perso il lavoro.
Dal blog “La nuvola del lavoro”, sul Corsera.it

È l’anno del Bayern?

Piccolo contributo al calcio, da una che avrebbe voluto occuparsi di sport per lavoro. Ieri, nell’andata della semifinale di Champions League, il Bayern Monaco ha asfaltato il Barça: 4-0 per i crucchi, in casa. L’effetto Camp Nou, stavolta, potrà fare ben poco. Non ho visto la partita, prima o poi recupererò gli highlights. Non so come andrà, dipende anche molto da Borussia Dortmund-Real Madrid. Ma c’è spazio per una gran bella finale. E, se la vincesse il Bayern, la meriterebbe.

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