Skip to content

Il rugby dei morti ammazzati fatti ritrovare e dei desaparecidos

aprile 16, 2013

Dittatura, s.f., der. di dittatore, dal latino dictatororis, da dictare, intensivo di dicere,dettare, comandare” – 1. Nella Roma repubblicana, magistrato straordinario investito di pieni poteri civili e militari, che rimaneva in carica sei mesi; 2. durante il Risorgimento, titolo assunto da alcuni patrioti come capi provvisori di governi rivoluzionari; 3. estens. capo di un governo assoluto totalitario; chi governa o esercita comunque la propria autorità in modo dispotico e intransigente, senza ammettere critiche, opposizioni, discussioni o ingerenze di alcun genere.
___

mar_del_plata

Siamo nel 1978. Brivido, è l’anno in cui sono nata. In Italia, solo per dirne due, è l’anno della morte di Peppino Impastato e di Aldo Moro (9 maggio). In Argentina, è anno dei Mondiali di calcio.

Dal 24 marzo del ’76, in Argentina c’è la dittatura militare: i generali Massera, Agosti e Videla governano reprimendo nel sangue il dissenso.

Sono molto sensibile alle dittature sudamericane, la loro letteratura è intrisa della loro storia; a quella argentina in particolare, per i desaparecidos, persone ammazzate e mai più ritrovate, “senza nemmeno il diritto di portarsi la morte addosso”. Ho letto Le irregolari. Buenos Aires horror tour di Carlotto e m’è rimasto attaccato. Ho visto le donne di Plaza de Mayo manifestare a Buenos Aires, come da anni fanno ogni santo giovedì. Con due colleghi-amici, ho autoprodotto un video che ha partecipato al Premio L’Anello debole con un’intervista a Norma Berti, sopravvissuta al carcere durante la dittatura militare in Argentina e giunta in Italia nel 1981.

Non conoscevo, però, la storia della squadra di rugby di Mar del Plata. Nonostante tutto ciò che è venuto fuori in questi anni di quel periodo tosto e buissimo, ci voleva Mar del Plata di Claudio Fava per farmi conoscere una storia tanto triste quanto incredibile.

In uno dei suoi viaggi in Argentina, Fava ha letto gli articoli del giornalista Gustavo Veiga, che aveva ritrovato l’unico superstite della squadra, Raul Barandiaran Tombolini, “lungo come il suo nome, magro come una lisca, cocciuto come un picciriddu quando si metteva in testa una cosa”. Era nato “nel quartiere Caballito, periferia occidentale di Buenos Aires e, crescendo da quelle parti, non c’erano palestre e nemmeno guantoni, in quelle strade pure la boxe era uno sfizio da fighetti. C’era solo un campo di sabbia dura. A Caballito potevi scegliere se giocare a pallone o rugby. Raul s’era preso il rugby perché a lui piaceva usare le mani, non le scarpe”.

A lui come agli altri ragazzi allenati da Hugo Passerella: “i suoi giocatori se li era presi che erano ancora ragazzini e gli aveva insegnato il rugby un poco per volta […] Qualcuno studiava all’università, qualcuno andava ancora a scuola, c’era uno che faceva il postino, un altro il fornaio, un paio che lavoravano in fabbrica”. Li cazziava dopo ogni allenamento, ripetendo loro: “Voi siete la prima squadra del Club La Plata e quest’anno vi dovete portare a casa il campionato. Capito, bestie?”.

Siamo, come detto, nel 1978. “Da due anni comandano i militari. Comandano, minacciano, ammazzano: a modo loro si divertono. Adesso stanno organizzando i campionati del mondo di fútbol, uno spettacolo da farsi gli occhi lustri perché verranno tutti, tanto che gliene fotte agli italiani e ai tedeschi delle cose buie e fituse che succedono in Argentina, che gliene fotte ai brasiliani e ai russi se Jorge Videla si è proclamato presidente a vita e si sta inculando il Paese, che colpa ne hanno francesi e ungheresi se lui e gli altri contrammiragli, le eminenze e i generali si sono messi in testa che l’Argentina va governata così, a colpi di ramazza e baionetta, scopando via teste calde e teste rosse, anarchici, pederasti, barbe lunghe, facce da froci, comunisti, socialisti, vagabondi, peronisti, radicali, suore, sindacalisti, puttane, studenti, montoneros, i professorini della Statale, i pacifisti dei miei coglioni, gente malata dentro, perdigiorno, senzadio, che dovremmo fare signor mio, lasciare che il Paese se lo prendano loro? […] E adesso che sono quelle facce? Di che diavolo vi lamentate? Pensate alla festa, carajo, pensate al mundi alito, la selección biancoceleste si porterà via la Coppa del Mondo, ci potete scommettere che tanto scommettere su queste cose non è reato e neppure peccato, scommettere sulle virtù dei nostri giocatori, tutti ragazzi senza grilli in testa, senza capelli lunghi, senza comunisti in famiglia, scommettere che l’Argentina va a ganar è una cosa patriottica…”.

Il primo a sparire è Javier, soprannominato Mono, scimmia – tutti i nomi, nel libro, a parte quello del sopravvissuto, sono di fantasia – “per via di quelle braccia lunghe e nodose con cui pareva arrampicarsi in aria ogni volta che si giocava una touche”. Torna due giorni dopo, “con le mani legate dietro la schiena da due giri di filo di ferro e un buco nella nuca grosso come una noce”. Era all’ultimo anno di scuola, il Mono, a due mesi dagli esami. Stava con l’Unione degli Studenti e manifestava. Tanto bastava, all’epoca, per la dittatura.

Tutto ciò che viene dopo, però, ha solo il gusto della sfida. Anzi, il brutto sapore della morte ingiustificata. Il giorno dopo il funerale di Mono, il Club La Plata ospita il Córdoba. I giocatori chiedono e ottengono un minuto di silenzio in memoria del compagno morto. “… perché un minuto passa lento come la vita, come la morte è lento, avanza piano, segna il passo, canta strofe tutte uguali, un minuto è un rumore di secondi che non s’incontrano mai. Invece finiscono, l’arbitro fischia e allora succede quello che nessuno immagina, però succede che in campo nessuno si muove, in tribuna nessuno si siede, restano tutti immobili, rigidi, le braccia lungo i fianchi, la palla dimenticata a terra, tutti ad aspettare che il tempo cammini ancora un po’ perché un minuto è poco, poco per il Mono, poco per quella morte di merda, filo di ferro attorno ai polsi, la canna di una pistola che spinge sulla nuca […] No, un minuto non basta, ne serve un altro, e un altro ancora, e intanto tutti fermi, incatenati, impegnati a dilatare quel tempo, a renderlo lungo come la vita che toccava al Mono e che invece gli hanno strappato, aveva 17 anni, figli di puttana, 17 anni, pensate che ci basti un minuto? Ne passano cinque. Poi sei. Tanto nessuno ha fretta di fare, nessuno ha fretta di dimenticare. Otto minuti. Nove. Dieci. Dieci minuti durò quel silenzio”.

Dieci minuti di silenzio sono un affronto troppo grande, per la dittatura. I militari non perdonano. Il pubblico alle partite raddoppia e i rugbisti di Mar del Plata tornano a giocare come ai vecchi tempi. Perché la vita li tira avanti “e quando hai quell’età la vita sono sempre cose da pazzi, perfino in Argentina, perfino nei giorni infami dei generali, perché a vent’anni la vita è un vento che ti si arrampica in faccia ti entra negli occhi ti scombina i pensieri e allora capisci che non c’è tempo per i rimorsi, non c’è tempo per piangersi il morto”.

I militari prendono e ammazzano altri due giocatori. Dopo la morte del Turco e di Mariano, però, succede di nuovo. Il minuto di silenzio prima della partita si dilata e tutti, giocatori e pubblico, cominciano a battere i piedi.

Altra sfida, altri morti. Raulito si ritrova con un gruppo di ragazzini, senza l’allenatore Passerella, fatto fuori pure lui. All’ultima partita: “raccontano che l’incontro fu bello e inutile”, il Plata era sotto di quaranta lunghezze. Al fischio finale, “si alzarono tutti in piedi, i visi sfigurati dall’eccitazione, lo sguardo rivolto verso quei due figuri in uniforme che intanto si guardavano attorno senza capire che cristo stesse accadendo. Poi uno del pubblico cominciò a gridare l’inno argentino, «… udite il rumore delle catene spezzate…», in un attimo si unirono tutti gli altri in un coro che si prese lo stadio intero”. Uno sputo per i due in divisa, che avevano decimato la squadra per una sfida assurda. Mentre Raul, al centro del campo, “piangeva e cantava e rideva perché quel giorno l’Argentina era morta, morti gli amici, morti i suoi vent’anni. Eppure qualcosa viveva, qualcosa restava. Qualcosa che non s’era ancora spezzato. Non ancora. Forse mai più”.

Siamo nel 1978 e i Mondiali, non a caso, li ha poi vinti la Nazionale ospitante. Non poteva essere diversamente, visto che, dentro lo stadio, si gioiva per le vittorie della selección, mentre fuori la gente veniva zittita, fatta fuori e fatta sparire.
Come ricorda Fava a fine libro, nell’82 la giunta militare è costretta alle dimissioni, travolta dalla sconfitta nella guerra delle Malvinas.
Nell’83, alla caduta del regime, si contano circa 30.000 scomparsi nei campi di detenzione politica. Nel 96, la commissione d’inchiesta “Nunca Más” conferma che le vittime civili del regime superano quel numero.
Nel 2012, la Corte federale di Buenos Aires condanna al carcere a vita per crimini contro l’umanità tredici ufficiali dell’Esma (Escuela de Mecánica de la Armada, il più grande e  e attivo centro di detenzione illegale e tortura delle persone scomode al regime della giunta).

Oggi, scopriamo la storia della squadra di rugby di Mar del Plata. E le donne di Plaza de Mayo, ogni giovedì pomeriggio, manifestano ancora.

Claudio Fava, Mar del Plata, add editore, 2013

Annunci
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: