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Altri mondi

luglio 13, 2017

Altróve avv. [lat. alĭter ŭbi]. – In altro luogo (con verbi di stato e di moto): essere, trovarsi, abitare altrove; ero diretto a.; fig.: avere il pensiero a., esser con la testa a., pensare ad altro, esser distratto.

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Estratto della copertina di Another World

Voglio andare da un’altra parte, troverò la pace?
Voglio andare in un altro mondo, questo mondo ormai è finito
Ma continuo a sognare all’infinito senza aver mai visto la luce
Voglio andare in un altro mondo, se è possibile andarci
Mi manca il mare, mi manca la neve, mi mancano le api, mi manca tutto ciò che nasce e cresce
Mi mancano gli alberi, mi manca il sole, mi mancano gli animali, mi mancate tutti
Voglio andare da un’altra parte, troverò la pace?
Voglio andare in un altro mondo, questo mondo ormai è finito
E canto le canzoni più diverse: mi mancano gli uccelli, mi manca il vento che così a lungo mi ha baciato

Incipit di Another World di Banana Yoshimoto


Da un’altra parte
. In viaggio, tipo, ma anche in situazioni in teoria più “ordinarie” e con persone che ti mancano. La pesantezza dell’anno lavorativo, il caldo, più luce – temporali tropicali e cielo grigio permettendo – grilli cicale e lucciole solo immaginati, i ricordi d’infanzia vissuti e quelli che avresti voluto vivere: l’estate ci sa fare, ti punta a due centimetri dagli occhi e dalla mente pensieri e desideri che in altri periodi dell’anno riesci, bene o male, a tenere più a bada.

Poi ti piomba davanti l’inizio di Another World di Banana Yoshimoto in un momento particolarmente pesante e ti dici “Ecco, proprio quello!”. Un altro mondo. “Mi manca il mare, mi manca la neve, mi mancano le api, mi manca tutto ciò che nasce e cresce. Mi mancano gli alberi, mi manca il sole, mi mancano gli animali, mi mancate tutti”.
Ripensi a quanto hai già pensato e scritto in più di un’occasione (l’ultima volta, a memoria, qui): “Gran voglia di porte aperte, bel mare, pelle un po’ bruciacchiata dal sole, letture, parole, chiacchiere e confidenze, di fancazzismo, di bevute in compagnia e risate. Mancano tanto, le sane risate. Un po’ come il gran bel mare, chiacchiere e confidenze, la pelle bruciacchiata dal sole e irritata dalla salsedine. Sembra poco. Ma anche quel poco, spesso e volentieri, non c’è”.

Ripensi al famoso e forse un po’ troppo abusato “Mi manca chiunque” di David Foster Wallace e la mente vaga fino ad arrivare ai conti in sospeso, da quelli che ormai non puoi più recuperare a quelli ancora apertissimi, da quelli che avresti voluto evitare a quelli che – con senno di poi, che ogni tanto funziona – cercherai di evitarti o quantomeno dribblare, con le persone, ma non solo.

DFW richiama i conti in sospeso perché con lui ho un discorso aperto da anni. Mi ci sono avvicinata aprendo Infinite Jest qualche anno fa, pensando che sarebbe stato più facile, in vacanza. Non lo è stato. Ho letto più di 200 pagine e poi mi sono – temporaneamente, sia chiaro – arresa. Temporaneamente perché, grazie a Pennac e ai suoi diritti del lettore, mi concedo tempo e un’altra possibilità, sempre, prima di decidere che no, non fa per me.
Alle medie non conoscevo ancora Pennac. La prof. di italiano, con cui mi trovavo bene, mi aveva “costretta” a finire Oliver Twist di Dickens: l’avevo finito, con fatica, e poi mi ero detta “Mai più Dickens!” e così è stato.
Con DFW è diverso. Sono così sicura – ad avere più tempo e più mente fresca! – che ce la intenderemo, al punto che ho comprato un sacco di altri suoi libri, nel frattempo.

Ci sono poi gli “a volte ritornano”: sono quei rapporti, in questo caso letterari, che a un certo punto hai interrotto per arrivare a chiederti, dopo anni, il perché.

Di recente mi è successo con Stephen King. Mi sono innamorata di lui leggendo It nell’estate di terza media, he ho letti tanti altri e poi, un giorno, stop. Non per disamore, forse solo a causa di altri interessi letterari che si sono sovrapposti in una fase di crescita.
Quest’anno, leggendo “L’estate in cui divenni un drogato di Stephen King” di Giovanni Arduino, il suo traduttore, mi ci sono un po’ ritrovata chiedendomi dove mi sono persa. Ho fatto – tanto per cambiare – incetta di libri e, tuffandomi in La zona morta, ho ritrovato la strada.

Qualche giorno fa, lo stesso m’è capitato con Banana Yoshimoto. Il momento scatenante è stato un post su fb di Loredana Lipperini, letto per caso: “Ho amato Banana Yoshimoto da quando in Italia arrivò Kitchen, con i suoi spettri gentili, i divani su cui dormire tra enormi piante, gli amori che si confondono con le amicizie, il cibo giapponese, il tè alla pera, i ponti fra il mondo dei vivi e quelli dei morti. Credo di non aver perso un suo romanzo”.
E io?, ho pensato. Anche io l’ho amata per anni. Avrei voluto ritrovarmi in quelle atmosfere bevendo tè alla pera.
Ho provato a guardare i libri che ha pubblicato nel frattempo e che non ho letto, mi sono imbattuta nell’inizio dell’ultimo, Another World, e ho capito che anche qui il rapporto si è semplicemente allentato, ma posso – e devo – recuperarlo. Così ho fatto di nuovo incetta di libri e aspetto di aprire il primo sulla lista quando arriva.

Da un’altra parte, in viaggio come in situazioni in teoria più “ordinarie” e con persone che ti mancano: l’estate ci sa fare, già, ma sarebbe il massimo essere da tutt’altra parte sempre.

Lo si può sempre fare con la letteratura, tanto per cominciare.
Un altro mondo.
Altri mondi.
Altrove.
Tra conti in sospeso e “a volte ritornano”.

Ps sì, sono un’accumulatrice seriale di libri. Ne compro più di quanti potrò leggerne finché campo, ne sono consapevole, ma continuo a farlo felicemente.
Credo ci sia di peggio.

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Non c’è che dire, decisamente un flop di articolo

maggio 7, 2017

“In otto mesi 2.802 unioni civili. In tutta Italia. Erano 2.433 a fine dicembre. Se ne sono aggiunte 369 tra gennaio e fine marzo. Non c’è che dire: decisamente un flop”.
Un FLOP.

Contestualizzo: Repubblic(hett)a del 7 maggio ha pubblicato, in prima sul cartaceo – vedi foto screenshot – e, a quanto ho letto, ben in alto sul sito per qualche ora, un articolo sui dati delle unioni civili dopo l’entrata in vigore della legge (“Unioni civili: finora 2.800 sì”).
“La Camera, con la fiducia, ha detto il sì definitivo l’11 maggio 2016. A pochi giorni dal suo primo «compleanno» Repubblica ne racconta l’impatto con dati che diventeranno ufficiali tra pochi giorni”: mmm, dati che provengono da dove, tipo?
Scusatemi, sono io quella strana che si chiede da dove provengano certi dati, ché va bene l’anticipazione, ma mi piacerebbe anche sapere di cosa. Sarà deformazione professionale (o forse no, vista la mia – sulla carta, che di fatto è carta straccia – professione). Vabbè.

Partiamo dall’inizio, dalle basi. La conquista di un diritto – seppur parziale e inserita in una legge per me assolutamente migliorabile, per usare un eufemismo – non puoi definirla “flop”. Le parole sono pietre, in certi casi in più che in altri. No, non sei stata fraintesa, cara la mia autrice dell’articolo. Con le parole non si scherza, se non sei in grado di usarle è responsabilità tua. Sarebbe come scrivere che dopo la legge sul divorzio ci sono ancora tanti matrimoni o che, nonostante la legge sull’aborto, ci sono ancora donne che decidono di tenere il proprio figlio.
La legge sancisce un diritto. Punto. Non obbliga a usufruire di quel diritto (tra l’altro: chi vuole unirsi civilmente, sarà pur libero/a di farlo se e quando cacchio glie pare?).

Ma va bene, sei stata fraintesa, ok. Passiamo al metodo e soprattutto ai numeri. Pure con quelli non si dovrebbe scherzare e il fatto che l’autrice ci giochi come se giocolasse tipo con le clavette è tutto dire.
Come si studia nella scuola dell’obbligo, le Regioni italiane sono molto diverse, prima di tutto per grandezza numerica (intesa come superficie e come numero di abitanti). Quindi, se parliamo dei numeri di una Regione, scriverli senza rapportarli al numero di abitanti sfalsa, per forza di cose, il dato. “… anche in Valle D’Aosta le unioni sono state solo sei”: su quanti abitanti?

E poi, vabbè, tutto il resto del pezzo è assurdo, delirante. Frutto di stereotipi malsani e preoccupanti. Non si scherza con i diritti, soprattutto per chi non li ha.
“Poi ecco il crollo scendendo verso il Sud […]. Adesso dovranno essere gli studiosi a spiegare se nel Sud non ci sono proprio persone dello stesso sesso che vogliono unirsi ufficialmente, oppure se le coppie omosessuali ancora si nascondono, magari perché rendere ufficiale il rapporto, e quindi l’unione, potrebbe avere conseguenze sul lavoro e la vita sociale”. Dovranno essere gli studiosi. Olè.

Grande chiusura, per non farsi mancare nulla: “La legge Cirinnà entra in vigore il 5 giugno 2016, ma bisogna aspettare il 29 luglio per il decreto ponte. Il flusso delle unioni fino a dicembre – 2.433 – dimostra che chi voleva ufficializzare la sua unione, che magari andava avanti da anni, lo ha fatto subito. Poi il numero cala repentinamente. C’è da chiedersi che cosa sarebbe accaduto se le coppie avessero potuto regolarizzare grazie alla legge anche gli eventuali figli dei partner o addirittura adottarne. Ma questa sarebbe un’altra legge e un’altra storia”.

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Trainspotting, vent’anni fa e sembra oggi

ottobre 28, 2016

Scégliere (ant. e poet. scérre) v. tr. [lat. *exelĭgĕre, comp. di ex, da, con senso di separazione e legere o elĭgĕre] – Separare la parte migliore di una cosa dalla peggiore, quindi eleggere ciò che pare meglio.

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trainspottingNel corso degli anni (20 anni, cazzarola), mi è capitato più volte di rivederlo, o per intero o iniziato, magari a notte fonda, per caso, su canali ogni volta diversi. L’ultima volta pochi mesi fa.
Come ogni volta, ho ripensato al lontano 1996 e mi son chiesta: “Ma com’è possibile che ci avessero permesso di proiettare Trainspotting in un’assemblea d’istituto?”. S’era in un liceo classico per certi aspetti molto rigido, anche se ancora lo ringrazio, per ciò che mi ha dato e che mi porto appresso, e sorrido a ripensare a quell’assemblea. Perché, certo e pure un po’ ovvio, il dibattito dopo il film è stato sulle/contro le droghe, ma già all’epoca mi sembrava che qualcosa non tornasse.

Trainspotting è stato un film prorompente e dirompente.
Aveva, e per me ha ancora, tutta una serie di elementi che non potevano non farne un culto, all’epoca, e che poi ho ritrovato e apprezzato, col passare degli anni: il politicamente scorretto, il fatto di sapere, razionalmente, che fosse sbagliato, ma intanto tifare per Mark Renton (di lui ci si è pure un po’ innamorate/i, eh), Sick Boy (vogliamo parlare della scena in cui mostra il kit del perfetto eroinomane nel tacco della scarpa?), Tommy (Tommy…), Dianne, Spud (Spud!) e, toh, pure Begbie, l’odioso e odiato Begbie, guarda un po’ il caso l’unico completamente fuori di testa che non si è mai fatto manco una canna.

Il guaio è che tutto funziona, in quel film. Non ho letto il libro di Irvine Welsh a cui s’ispira solo perché temevo a qualche livello una delusione. Come ho appena letto su minima&moralia, in un articolo di Chiara Colli pubblicato sul Mucchio (I primi vent’anni di Trainspotting), il film non è solosulla dipendenza dalle droghe pesanti di una parte della workingclass, in particolare nel sobborgo di Leith a Edimburgo e in particolare nei primi Novanta (anche se il libro, invero, è ambientato nella metà degli Ottanta). Ma un’istantanea del proprio tempo, di quelle senza filtro, data in pasto al grande pubblico grazie a un uso acuto e innovativo dei linguaggi pop. Come nella migliore tradizione britannica”.

Ho scoperto solo anni dopo la workingclass, la schifosa politica di Margaret Tatcher, le tristissime conseguenze, i film di Ken Loach. Ora capisco, se, nell’articolo di Chiara Colli, leggo che “Boyle è in grado di catturare un sentimento che attraversava il Regno Unito in quegli anni: la rave culture che ormai era già esplosa – l’uso e l’abuso di droghe, ma pure il bisogno di stare insieme, di condivisione e il ruolo fondamentale della musica – da una parte; l’orizzonte di progressivo allontanamento dall’asfittico pseudo-moralismo del periodo (post) Tatcher e il potenziale ruolo che, nell’ambito di questo cambiamento in atto, potesse avere la cultura pop. Soprattutto se scossa dal basso”.

Poi c’è la colonna sonora. Primal Scream, Iggy Pop (anche visto dal vivo, al Traffic Torino Free Festival, quello vero, al parco della Pellerina, enne anni fa), Brian Eno, Blur, Underworld, Lou Reed, David Bowie. Solo di recente, ho imparato ad apprezzare l’importanza della colonna sonora di un film, di ogni film che vado a vedere al cinema. Allora, per me, esistevano solo le colonne sonore di Pulp Fiction e Trainspotting.

Ecco, beh, se ripenso oggi a Trainspotting e al monologo anticapitalista di Rent, “Choose life”, ancora annuisco, nel segno del politicamente scorrettissimo. Perché avrò pure al mio attivo alcune esperienze, ma ho sempre avuto paura delle droghe, non ho mai provato manco un funghetto o un acido anche se ne ne ho avuto la possibilità. In quella lontana assemblea d’istituto mai mi sarei sognata di farmi, ma mentre ascoltavo il dibattito sulle droghe, che ho subito dimenticato, mi rimbombavano in testa le scene del film e Rent che diceva:
Choose life. Choose a job. Choose a career. Choose a family. Choose a fucking big television. Choose washing machines, cars, compact disc players, and electrical tin can openers. Choose good health, low cholesterol and dental insurance. Choose fixed-interest mortgage repayments. Choose a starter home. Choose your friends. Choose leisure wear and matching luggage. Choose a three piece suite on hire purchase in a range of fucking fabrics. Choose DIY and wondering who the fuck you are on a Sunday morning. Choose sitting on that couch watching mind-numbing spirit-crushing game shows, stuffing fucking junk food into your mouth. Choose rotting away at the end of it all, pishing your last in a miserable home, nothing more than an embarrassment to the selfish, fucked-up brats you have spawned to replace yourself. Choose your future. Choose life… But why would I want to do a thing like that? I chose not to choose life: I chose something else. And the reasons? There are no reasons.

Lo so. Lo so. Il monologo si chiudeva con Who needs reasons when you’ve got heroin?, ma per fortuna sono cresciuta tutto sommato bene.
Sì, magari erano altri tempi, sì. Ma resta il fatto che non mi sono mai drogata, anche se da (pure un po’ troppo) piccoletta guardavo Miami Vice mentre mangiavo cena coi miei genitori e non vedevo l’ora che arrivasse quel momento. Mi piaceva un sacco, resta in cima alle serie tv per me e quando quest’estate mi sono ritrovata ad atterrare all’aeroporto di Miami, ho cercato dal finestrino qualche immagine che mi ricordasse il telefilm.
Anche se ho visto un film come Trainspotting in assemblea d’istituto, a 16 anni, in un rigido liceo classico.
Con buona pace di Giovanardi.

Falchi e colombe, storie ingiuste e ricordi adolescenziali

settembre 29, 2016

Pace s.f. [lat. pax pacis, dalla stessa radice *pak-, *pag– che si ritrova in pangere “fissare, pattuire” e pactum “patto”] – 1. a. Condizione di normalità di rapporti, di assenza di guerre e conflitti, sia all’interno di un popolo, di uno stato, di gruppi organizzati, etnici, sociali, religiosi, ecc., sia all’esterno, con altri popoli, altri stati, altri gruppi. b. Ristabilimento, dopo un periodo di guerra, dello stato di pace. 2. estens. Buon accordo, armonia, concordia di intenti tra due o più persone, nei rapporti privati o anche nella vita sociale. 3. Condizione di tranquillità materiale, di riposo, di quiete.

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tracce-migranti-copertine-1“Il falco divenuto colomba”. “Un uomo di pace”. “L’uomo del dialogo”. Ieri, quando ho letto queste espressioni accostate a Shimon Peres, morto a 93 anni, ho arricciato il naso.
Poi, in serata, Michele Giorgio su Nena News, con “SHIMON PERES. È stato davvero una colomba?” mi ha un po’ riconciliata, con quanto non mi tornava, con ciò che penso da tempo e – perdonatemi l’autoreferenzialità – con un ricordo adolescenziale a cui rimarrò sempre legata.

“Per molti, specie in Occidente, Shimon Peres è stato il politico israeliano che più di altri ha insistito sul dialogo con palestinesi e arabi e cercato la pace. In realtà Peres era soprattutto un abile oratore, convinto che accordi di pace fondati su concessioni minime da parte israeliana avrebbero permesso allo Stato ebraico di ottenere enormi vantaggi, a cominciare dal riconoscimento definitivo dei palestinesi e della maggioranza dei Paesi arabi. La sua immagine di pacifista non poche volte è servita a coprire, presso l’opinione pubblica internazionale e i governi alleati, la reale portata di devastanti operazioni militari nei Territori palestinesi occupati, a cominciare da quelle contro Gaza”, scrive Giorgio, corrispondente dal Medio Oriente del quotidiano il manifesto e direttore di Near East News Agency (Nena News), Agenzia Stampa Vicino Oriente.

Ecco cosa non mi tornava con ciò che penso da enne anni. Il mio, probabilmente, è un pensiero semplicistico e sempliciotto – sono consapevole di essere assolutamente attaccabile da chi ha fior fior di studi e competenza rispetto a me. Un pensiero terra terra, forse, ma che per me, a distanza di anni, continua in qualche modo ad avere una sua ragione d’essere.

Prendiamo un insieme di persone, che decidiamo di definire “popolo”. Questo insieme di persone vive in un determinato territorio. A un certo punto, qualcuno più forte decide di conquistarne le terre. Lo fa e s’impone, costringendo quelle persone all’esilio. Stiamo parlando di ebrei e di diaspora, quella avvenuta durante i regni di Babilonia e sotto l’impero romano (penso in particolare a Tito nel 70 d.c.).
A ben pensarci, niente di poi così diverso da altre storie di conquiste: mi vengono in mente i conquistadores spagnoli e tutte le conseguenze – brutte e troppo spesso negate – della colonizzazione. A questa storia di dispersione dalla Giudea seguono, comunque, molti anni dopo, la nascita del sionismo e l’abominio della Shoah, la volontà di tornare nel proprio territorio d’origine.

Peccato che, in quel territorio, nel corso degli anni, si sia insediato un altro insieme di persone – un altro “popolo”. Arabi. Ora, la storia c’insegna che il principio di autodeterminazione dei popoli, fantastico sulla carta, si è rivelato spesso e volentieri un’emerita cazzata. A decidere la storia è – tristemente – chi vince. Scusateci, vi abbiamo vessati per anni, abbiamo (hanno) sterminato sei milioni di voi, ma ora abbiamo vinto, siamo forti, siamo i migliori e vi restituiamo le vostre terre, appoggiandovi in tutto e per tutto.

Il risultato è che lo Stato d’Israele è stato riconosciuto dopo la seconda guerra mondiale, appoggiato e armato, uno Stato che la “storia del risarcimento” ha legittimato e reso forte sulla scacchiera internazionale. Dall’altra parte ci sono (stati) i territori occupati e, dal novembre 2012, lo Stato palestinese, riconosciuto dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite come Stato osservatore non membro dell’ONU. Le armi non sono esattamente pari.

Questa, per me, è da tempo e resterà una storia ingiusta perché decisa da altri e difficile da gestire per le due parti. In un contesto così, controverso, scusatemi se arriccio il naso leggendo che Peres è stato un uomo di pace. Vero, gli accordi di Oslo nel 93 e il Nobel per la pace con Rabin e Arafat nel 94. Eppure, conclude Giorgio nel suo articolo, “per i palestinesi, in particolare le persone comuni, Peres è stato più dannoso della destra, in ragione, spiegano, della sua immagine di pacifista servita a mascherare all’estero il vero volto intransigente di Israele”.

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Esordi (con)vincenti

settembre 22, 2016

Coincidènza s. f. [der. di coincidere, dal latino com=cum con e incidere, cader sopra o dentro e fig. avvenire, composto della particella in e cadere]. – 1. Concorrere due o più cose nello stesso punto, l’accadere simultaneo e fortuito di due o più fatti o circostanze diverse; 2. In matematica, identità, sovrapposizione di punti, di piani e, in generale, di figure geometriche; 3. In fisica nucleare, evento consistente nell’indicazione pressoché simultanea di due (c. doppia), tre (c. tripla), o più (c. multipla) contatori di particelle, attraversati da una particella (c.sistematica) o da particelle diverse (c. casuale o spuria).

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un_posto_tranquillo_per_un_delittoAveva tirato fuori dalla tasca una vecchia moneta da cento lire. Non ne aveva più viste in giro, da quando c’era l’euro. L’aveva lanciata in aria più e più volte, senza sosta. Doveva aver colto il suo sguardo sconcertato perché a un certo punto si era rivolta a lui.
«Testa o croce? »
[…]
«Lei crede alle coincidenze?»
«Be’, certo che no», rispose lui. «Che domande! E lei?»
«Io sì, invece».
«E come mai?»
«Perché non credo al destino».
[…]
Ovvio che … non credeva a tutte le coincidenze, non era certo un’ingenua. Nondimeno, era convinta che potessero banalmente capitare, anche quelle improbabili. Perché il caso era cieco e smemorato: non sapeva cos’altro avveniva intorno o cosa si era verificato giusto ieri, non si curava dell’assurdo. Finché c’era anche un’unica eventualità, fosse pure su un milione, il caso si arrogava il diritto di poter accadere.
[…]
La vita non ci stava dentro cento lire. Le possibilità, di solito, erano sempre più di due. Ma anche fosse stato un dado a dodici facce il risultato bisognava poi interpretarlo, anzi, saperlo leggere o, in un certo senso, persino deciderlo. Quella monera era assolutamente inutile, vana per capire, impossibile da spendere o da cambiare. Era una moneta scaduta, una moneta al momento sbagliato, una moneta ormai fuori corso. Un po’ come i loro discorsi e i loro legami di quindici anni fa, un po’ come loro stessi.

 

I pensieri appena riportati sono di Vera Diana, una dei protagonisti di Un posto tranquillo per un delitto, romanzo d’esordio di Barbara Sessini, edito da Newton Compton.
Su di me, queste poche righe possono già avere l’effetto di farmi decidere di comprare un libro sfogliato a caso, ma tant’è. Non cito Vera Diana a caso, ma ri-tant’è.

Definirei questo romanzo un giallo perché, detto molto banalmente, all’inizio c’è un omicidio, alla fine si scopre chi è stato e in mezzo ci sono tanti mondi, idee, visioni, vite e… depistaggi. Vero, di mio, pur essendo appassionata del genere, non sono granché brava a scoprire l’assassino/a di turno: c’è da dire che di solito manco ci provo, perché mi piace farmi prendere per mano dall’autore/autrice e, quelle rare volte in cui mi è capitato, è stato assolutamente fortuito e mi è anche un po’ dispiaciuto.

La storia appare tanto comune a prima vista, quanto ricca e densa non appena si va avanti nella lettura e oltre l’apparenza.
L’omicidio è quello di Sara Ponsat, giovane ma sveglia donna, figlia dell’Ingegnere, che sta per sposare il figlio del Senatore (le maiuscole sono così nel libro) e si è presa in carico l’azienda di famiglia, una cartiera che, per intenderci, dà lavoro a buona parte del piccolo paese in cui vive. Due vie che s’incrociano e poco altro, un posto in cui chi ha vissuto in un qualunque piccolo paese può riconoscersi. Un posto tranquillo, in cui non succede mai niente: lo pensa il neocommissario appena mandato lì per promozione-punizione.
Ciò che sembra ovvio a prima vista, però, si rivela non essere tale. Oltre l’apparenza, dicevo.

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